Cina, il peggio sarà davvero passato?

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di Stefano Fossati 7 Maggio 2020 | 15:30

A cura di Fabrice Jacob, Ceo di JK Capital Management, azienda del Gruppo La Française basata a Hong Kong

Il peggio sembra essere alle nostre spalle. Il numero dei nuovi contagi ha iniziato a diminuire in molti Paesi del mondo, negli ospedali non si assiste più a scene di caos apocalittico, vi sono buone scorte di respiratori e di mascherine, e dappertutto si parla di fine della quarantena e si discute di quando inizierà la riapertura dell’economia globale. Su questo fronte, la Cina è piuttosto avanti nell’immaginaria curva della ripresa.

Ciò che sta accadendo potrebbe venire preso a modello per capire cosa aspettarsi anche altrove. Sebbene il Paese sia in fase di riapertura (anche se gli spostamenti fra province diverse sono ancora soggetti a rigidi controlli), i cinesi rimangono molto cauti. Il traffico è limitato sui trasporti pubblici. Le stazioni ferroviarie sono perlopiù vuote. Le vendite di immobili e gli ingorghi nel traffico viario – due tipici indicatori di attività – sono entrati in una fase di plateau, dopo un iniziale incremento a marzo. I ristoranti sono mezzi vuoti, i centri commerciali sono frequentati dalla metà degli avventori rispetto ai livelli pre-Covid, mentre i fast food sono più occupati in settimana che nei weekend. Per fare un esempio, Yum China, che gestisce Kentucky Fried Chicken in tutto il Paese, ha limitato le offerte speciali al sabato e alla domenica. Durante il mese di aprile, appena il 64% del campione di un sondaggio ha messo piede in un ristorante.

È chiaro che la popolazione è molto timorosa della possibilità di una seconda ondata di infezione, ed è difficile biasimarla: ad aprile, nella provincia dello Heilongjiang si è assistito ad un’improvvisa recrudescenza del contagio, che ha creato paura in tutto il Paese. Le fabbriche sono tutte al lavoro e producono secondo le linee guida del governo centrale, che ha dato la priorità alla riapertura dell’economia, ma gli ordini non sono ancora tornati a pieno regime dal momento che i clienti stranieri rimangono ancora in lockdown. Di conseguenza, le scorte si accumulano. I proprietari dei centri commerciali hanno rinunciato a incassare gli affitti durante lo shutdown delle città, ma ora che la chiusura generalizzata è alle spalle il traffico di persone rimane scarso. Il governo centrale ha rinunciato a tutti i contributi per la previdenza sociale e le autorità locali hanno rinunciato a propria volta a incassare le tasse, fornendo sussidi alle aziende impossibilitate a lavorare durante lo shutdown: anche questa fase, però, è al termine.

Pertanto, riteniamo che nel secondo trimestre i risultati delle società quotate potrebbero essere negativi quasi quanto lo sono stati nel primo trimestre, sebbene la Cina abbia riaperto le attività. Perché Pechino si rialzi, è necessario che la crisi coronavirus torni decisamente sotto controllo in tutto il mondo e che anche le economie straniere riaprano le attività. Tuttavia, prima che queste due condizioni possano venire soddisfatte, riteniamo che il governo centrale non annuncerà alcun massiccio stimolo fiscale né alcun taglio aggressivo dei tassi di interesse. Sarebbe uno “spreco di munizioni”.

Fino a ora, le misure fiscali si sono concretizzate in progressivi e isolati sforzi che, messi tutti assieme, ammontano ad appena il 3% del Pil. Il cosiddetto “helicopter money” è stato limitato ad alcune città e rigidamente concentrato sui consumi: ad esempio la città di Nanjing ha distribuito 45 milioni di dollari di coupon per ristoranti ai suoi 8,8 milioni di abitanti (equivalenti a meno di 6 dollari a persona). Pertanto, per la Cina è cruciale che Europa e Usa riaprano il prima possibile, per dare un impulso alla domanda di prodotti cinesi. Quello sarà il momento in cui, con ogni probabilità, Pechino deciderà di agire con forza sul fronte monetario e fiscale, con l’impatto positivo che è lecito immaginarsi sui mercati azionari.

In questo quadro la buona notizia è che la riapertura nel resto del mondo sviluppato è prevista per maggio, verosimilmente in fasi successive. La cattiva notizia invece è che milioni di persone che hanno già perso il lavoro (come è successo negli Usa) o che sono sul punto di perderlo quando le ferie forzose verranno a termine (come accade in Europa), non spenderanno certo il proprio denaro per acquistare beni voluttuari. Ne consegue che per la ripresa servirà molto tempo. Inoltre è probabile che molte aziende internazionali considereranno la riorganizzazione delle proprie supply chain poiché con il contagio hanno realizzato che la loro forte dipendenza dalla Cina presenta troppi rischi. Tuttavia anche questo processo non avverrà certo da un giorno all’altro, dal momento che Paesi come Taiwan, il Vietnam o la Cambogia semplicemente non posseggono la forza lavoro necessaria per sostituire i lavoratori cinesi; l’India invece non ne ha le infrastrutture necessarie. Qualunque cambiamento alle supply-chain sino-centriche secondo noi avverrà probabilmente ai margini e specialmente per quanto riguarda i beni di consumo elettronici.

In conclusione ci atteniamo alla nostra view già espressa nel corso dell’anno secondo cui a fine 2020 gli indici azionari cinesi si attesteranno a livelli più alti di quelli registrati a inizio anno. Riteniamo che una porzione significativa della considerevole massa di liquidità stampata da Fed e Bce nell’ambito del quantitative easing verrà investita in azioni e bond cinesi. Il Paese offre un’abbondante liquidità di mercato, una combinazione di solide politiche monetarie e tassi di interesse reali positivi, una valuta stabile sostenuta da un saldo di conto corrente neutro e da vaste riserve valutarie, una ponderazione sugli indici Msci che continua a crescere, un’economia che può resistere alle attuali turbolenze grazie alla domanda alimentata da una classe media in crescita e, soprattutto, stabilità politica.

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