Coronavirus, Asia: i Paesi vicino alla Cina fra luci e ombre

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Avatar di Stefano Fossati 12 Maggio 2020 | 16:30

A cura di Fabrice Jacob, Ceo di JK Capital Management, affiliata del gruppo La Française basata a Hong Kong

Oltre alla Cina, vediamo due immagini molto diverse quando guardiamo l’Asia settentrionale e l’Asia meridionale. Con “Asia del Nord” ci riferiamo alla Corea del Sud e a Taiwan. Da un punto di vista pandemico, queste due nazioni hanno avuto successo nel controllare la diffusione del virus. Sono spesso citate come modelli di riferimento. Taiwan (23 milioni di persone) ha avuto solo sei vittime, anche se non c’è mai stato un blocco, ma solo misure drastiche che richiedevano un elevato senso di disciplina individuale. Per la cronaca, Hong Kong, dove abbiamo sede, si trova in una situazione molto simile, con 7 milioni di persone, solo quattro morti, nessun isolamento, confini chiusi e severe misure di distanziamento sociale attuate sulla base di un notevole senso di autodisciplina.

In una prospettiva economica, Taiwan e la Corea sembrano in condizioni ragionevolmente buone: il loro fortissimo settore tecnologico, guidato da Tsmc, Samsung Electronics e SK Hynix, non mostra segnali di rallentamento. Queste tre società hanno comunicato i risultati del primo trimestre e le loro prospettive per l’intero anno, sorprendono positivamente gli analisti. Queste tre aziende, che sono le forze dominanti nel settore dei chip e delle schede di memoria, sono un barometro per l’intero settore tecnologico. Non è quindi un caso che le borse di questi paesi (con la Cina) abbiano avuto negli anni performance superiori agli altri mercati emergenti.

Nell’Asia meridionale il quadro è molto diverso. L’India è in una situazione preoccupante. Il deficit fiscale del governo centrale era già al 3,7% del Pil l’anno scorso, mentre si collocava al 7% del Pil consolidando il deficit di tutti gli Stati parte della federazione. Il think tank del governo sta spingendo per un pacchetto di stimolo pari al 5% del Pil, ma sembra non trovare terreno fertile. Finora, l’unico pacchetto di stimolo fornito dal governo è stato di 23 miliardi di dollari, ovvero l’1% del Pil, che consideriamo una goccia nell’oceano. La visione prevalente tra gli economisti è che il governo Modi sia ben in ritardo nell’intraprendere azioni e misure decisive. La Reserve Bank of India sembra quasi immobile al timone e lo è già da due anni, da quando la crisi delle società finanziarie non bancarie (o Nbfc) è iniziata con il fallimento dell’IL&FS. L’epidemia di coronavirus non ha fatto che esacerbare questa già difficile situazione. Nel Sud-Est asiatico, sottolineiamo le differenze che vediamo tra due Paesi che, da lontano, possono sembrare simili: la Tailandia e l’Indonesia.

La Thailandia sta soffrendo molto a causa del coronavirus, poiché il turismo è praticamente scomparso. Il settore rappresenta l’11,5% del Pil della Thailandia nel 2019, ma ha ramificazioni in molti altri compartii dell’economia. Di recente sono stati annunciati tre pacchetti di stimolo fiscale equivalenti al 13% del Pil, che si aggiungono al deficit fiscale del 2,6% che il governo aveva già preventivato prima di queste misure di stimolo. Non sorprende che il baht thailandese si sia deprezzato del 7,1% quest’anno rispetto al dollaro Usa. Ma ciò che ci preoccupa di più della Tailandia è l’impatto globale e a lungo termine del coronavirus sul settore dei trasporti aerei. In particolare la scomparsa di diverse compagnie aeree low cost, scatenata dalla pandemia avrà un impatto particolarmente negativo sul turismo tailandese che ne era uno dei beneficiari. Senza queste compagnie aeree che portano gruppi le località di villeggiatura in Tailandia potrebbero avere un aspetto molto diverso in futuro.

In Indonesia circa la metà del paese è in isolamento. Tuttavia, la versione indonesiana dell’isolamento non è drastica: la gente può vivere una vita normale nei propri villaggi nonostante questi siano sotto stretto controllo per quanto concerne l’accesso degli estranei. Bank Indonesia, la banca centrale, è riuscita a rassicurare gli investitori stranieri che sono di importanza cruciale, dal momento che controllano il 32% del debito sovrano del Paese. La banca centrale ha intrapreso un processo di quantitative easing pari al 3% del suo Pil, ha tagliato il suo Required Reserve Ratio per le banche e, soprattutto, ha stipulato un accordo di swap per 60 miliardi di dollari con la Fed. Questo è stato sufficiente per far sì che la rupia si apprezzasse del 10% in aprile dopo essersi svalutata del 17% nel primo trimestre dell’anno. Si tratta di misure decisive che ci danno fiducia nella capacità di ripresa a lungo termine dell’economia indonesiana.

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