Novelli (Lemanik): “La crisi vera inizia adesso. E sarà epocale”

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Avatar di Stefano Fossati 10 Giugno 2020 | 19:00

“La fine del lockdown potrebbe indurre a pensare che la crisi provocata dal coronavirus sia ormai in fase di superamento, ma la vera crisi inizia quando cominciano a manifestarsi i fallimenti. Negli ultimi due mesi, negli Stati Uniti sono fallite 1.600 aziende al giorno, mentre il credito al consumo si è contratto pesantemente, passando da +15/20 miliardi di dollari al mese a -12 miliardi a marzo, perché nessuno vuole fare più credito ai disoccupati che aumentano in modo esplosivo e che, al di là delle apparenze degli ultimi giorni, hanno portato la disoccupazione Usa al 16%-18%. A questo punto, c’è il rischio che si verifichi una ‘corporate solvency crisis‘ indotta da una ‘consumer liquidity crisis’. Quindi, la crisi comincia adesso”. È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

L’economia mondiale è arrivata all’appuntamento con il Covid-19 nella peggiore delle situazioni possibili: le bolle speculative su credito e equity che circolavano nel sistema attendevano soltanto un evento scatenante per esplodere. Attribuire a un virus, e cioè a un fattore esterno, il motivo della crisi che ci attende, vuol dire negare l’evidenza di un modello finanziario ed economico che non regge più, perché il debito cresce costantemente più del reddito che lo deve sostenere.

“Credo che una grande fonte di ispirazione per gestire questa crisi si potrebbe trovare nella rivisitazione delle politiche del New Deal, dando ormai per scontato che la presenza dello Stato nell’economia è inevitabilmente destinata a crescere, la tassazione salirà ovunque e la globalizzazione è ormai sotto attacco da tempo“, sostiene Novelli.

Negli ultimi dieci anni, abbiamo prodotto tantissimo debito soltanto per sostenere consumi che i redditi reali non consentivano di fare, in particolare in Usa, Canada, Uk e Australia, e per fare finanza speculativa. Per gli economisti della consensus view è del tutto logico accettare che il 30% dei consumi negli Stati Uniti possano dipendere solo dalla crescita del debito e non dalla crescita dei redditi e che la finanza possa fare leva sull’economia senza limiti e senza controlli, grazie a regolatori che si compiacciono nel vedere i mercati salire senza fine e la propensione al rischio esplodere in continue bolle speculative. Ma questo modo di operare fa confondere la differenza che esiste tra liquidità e solvibilità.

La liquidità può essere infinita, ma non è detto che venga indirizzata verso chi ne ha bisogno, se si tratta di soggetti che non sono in grado di restituirla perché non sono solvibili”, sottolinea Novelli. “La solvibilità di un sistema dipende esclusivamente dalla propensione al rischio di chi fornisce credito e molta della liquidità in circolazione dipende dunque dalla propensione al rischio di banche e investitori. La crisi avrà un pesante impatto sulla propensione al rischio e quindi sulla circolazione della liquidità immessa nel sistema e se la liquidità immessa con il quantitative easing non si trasforma in credito in tempi brevi, il sistema subisce un credit crunch”.

Un esempio plateale è quello del fallimento Lehman Brothers, con il Qe della Fed in piena operatività e con la crisi finanziaria in corso già da nove mesi: con tutta la liquidità che circolava nel sistema Lehman non avrebbe dovuto fallire. Il recente fallimento di Hertz segue lo stesso schema.

Gli interventi delle banche centrali servono allora soltanto per mantenere i soldi degli investitori nel sistema, facendo credere che la liquidità e la solvibilità siano la stessa cosa. La strategia consiste nel cercare di mantenere il più possibile tutti investiti, perché la liquidità degli investitori è molto più grande di quella della Fed: in realtà, quindi, non è la liquidità della Fed che sostiene il sistema, ma quella degli stessi investitori.

Le politiche delle banche centrali dal 2008 in poi hanno trasformato i portfolio manager in meri cacciatori di rendimento, inducendoli a trasformare l’attività di investimento in una selezione di attività finanziarie che producessero alti rendimenti senza rischio apparente, nella convinzione che le banche centrali avrebbero prevenuto qualsiasi crisi. Questo meccanismo ha spostato nettamente al rialzo la propensione al rischio del sistema e ha fatto esplodere il credito speculativo, consentendo l’emissione di circa 19 trilioni di dollari di obbligazioni da parte di emittenti che, con i loro ricavi, non riuscivano neppure a pagare gli interessi passivi sul debito emesso, neanche in una fase di espansione dell’economia. Se ora molte di queste emissioni faranno default non si potrà certo attribuire la colpa a un virus, ma piuttosto a un sistema totalmente fuori controllo. A questo punto la banca centrale Usa si è trasformata da “prestatore di ultima istanza” a “compratore di ultima istanza”, per indurre appunto il sistema a non vendere e rimanere investito. Ma questo non impedisce comunque i fallimenti.

La “socializzazione del capitale di rischio”, con soldi facili per fare finanza speculativa ma non per fare investimenti, e la compressione della sua remunerazione, che ne è una conseguenza, hanno compromesso la redditività di un capitale che chiede sempre di essere salvato dai rischi che si prende. In sostanza si può solo comprare senza mai vendere, perché quando vorrai vendere, lo potrai fare solo con perdite inaccettabili.

“La finanza populista di Trump, che utilizza l’andamento dell’indice di Borsa per scopi elettorali, non ha prodotto benessere per gli Stati Uniti. L’aumento dei redditi è indispensabile per sostenere un debito non più sostenibile con l’emissione di altro debito. La crisi indotta dal coronavirus apre una epocale fase di trasformazione dell’economia, che produrrà alta instabilità fino a quando non si troverà un modello migliore per gestire la crescita”, conclude Novelli.

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