Lodo Mondadori, in tribunale è battaglia

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di Redazione 23 Febbraio 2010 | 12:30
La prima udienza del ricorso in appello di Fininvest per evitare di risarcire Cir è stata inaugurata da un primo scontro tra i legali delle società in merito alla danno subito da Benedetti.

Si apre in tono battagliero la prima udienza del processo civile d’appello sul lodo Mondadori per evitare che Fininvest debba versare il risarcimento di 750 milioni di euro a Cir come disposto dal giudice Francesco Mesiano a fine del primo processo.

I legali del “biscione” erano riusciti ad ottenere la sospensione dell’esecutività della sentenza, in cambio di una fidejussione sul valore del risarcimento.
Per l’avvocato Giorgio Denoia, che cura la difesa di Fininvest, “Cir non ha ricevuto nessun danno”, da qui l’infondatezza delle sentenza.
L’altro avvocato di Fininvest, Giuseppe Lombardo, vorrebbe ammettere a elemento probatorio una consulenza per verificare se Benedetti abbia venduto male perdendo dei soldi, oppure se, come crede la difesa, “ci abbia guadagnato 30 miliardi di vecchie lire”.

Si oppone alla richiesta di perizia l’avvocato Vincenzo Roppo, legale della Cir, convinto che il risarcimento del danno non possa essere calcolato sulla base dei reali prezzi di mercato della Mondadori al momento della trattativa: “Questa prospettiva di Fininvest è sbagliata nella sostanza, perché distorce la funzione del risarcimento del danno nel sistema della giustizia civile”, ha dichiarato il legale, il quale sostiene non sia un caso che Fininvest nel 1989 abbia comprato azioni Mondadori dalla famiglia Formenton a 25mila lire per azione, mentre il valore di borsa era di circa 7-8mila lire. Non solo: “Fininvest offrì alla Cir un conguaglio di 100 miliardi di lire, ma il giorno dopo il valore del conguaglio balzò a 410 miliardi di lire”, dimostrazione che nella vicenda “contavano valutazioni soggettive e non astratti paradigmi di borsa”, afferma l’avvocato.
Secondo Roppo “il punto chiave di tutto è che la logica non era quella dei prezzi di mercato, ma era una logica di rapporti di forza”, in pratica ha concluso, “la battaglia di Segrate ci dice che in quella vicenda la logica dei giusti o congrui prezzi di mercato non ha mai avuto spazio”.

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