La stagione degli stimoli? Esigenze di breve periodo e conseguenze a lungo termine

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di Stefano Fossati 28 Settembre 2020 | 12:30

A cura di Esty Dwek, Head of Global Macro Strategy di Natixis IM Solutions

Il grande punto interrogativo è: quando lo stimolo sarà considerato sufficiente? Dal nostro punto di vista, non è solo una questione di volume e di portata, anse se questi sono aspetti importanti, ma la domanda giusta è quali misure contribuiranno a valutarne il successo. Misure tradizionalmente utilizzate sono quelle relative alla disoccupazione, ma le strutture divergenti dei mercati del lavoro in Europa e negli Stati Uniti suggeriscono percorsi molto diversi. In Europa, i regimi di aspettativa sono riusciti a mantenere occupata gran parte della popolazione, mentre negli Stati Uniti l’idea era quella di incoraggiare le imprese a riassumere i dipendenti al momento della loro riapertura.

I timori, soprattutto in Europa, riguardano il tanto tempo che alcuni settori impiegheranno a riprendersi, soprattutto nel campo dei servizi, tali da portare a un inevitabile aumento della disoccupazione, oppure che i programmi di occupazione di breve termine dovranno essere estesi continuamente. Negli Stati Uniti potrebbe servire tanto tempo prima che la disoccupazione possa raggiungere la stima della Fed in materia di piena occupazione. Se prendiamo come esempio l’economia statunitense, la spesa destinata ai consumi è probabilmente uno degli indicatori chiave per valutare il successo e tale voce, insieme alla fiducia dei consumatori e delle imprese, finora è stata efficace. Anche il contesto di tassi d’interesse più bassi per un più lungo periodo di tempo ha contribuito positivamente, dando una spinta al mercato immobiliare. Nonostante la conclusione del Cares Act 1, la fiducia rimane solida, ma ci chiediamo per quanto tempo ancora. Tuttavia, in un ambiente dominato da una situazione pandemica ancora non risolta, i limiti alla crescita continueranno a rimanere.

Esigenze di breve termine, conseguenze di lungo periodo

Da questa fase di espansione fiscale possono discendere diversi rischi. Il primo è senza dubbio quello legato all’inflazione, anche se, al momento, non la riteniamo ancora tale. Senza dubbio lo stimolo è molto significativo, ma dal punto di vista fiscale vale come una forma di sostituzione del reddito, non di miglioramento. Inoltre, dal punto di vista monetario, la velocità del denaro rimane bassa, anche se l’ammontare è cresciuto in modo evidente. La Federal Reserve, con il suo nuovo obiettivo di inflazione simmetrica, ha fatto capire che rimarrà ferma anche se l’inflazione salirà oltre il 2%, quindi il timore legato a un rialzo dei tassi al momento non è all’orizzonte. Più avanti, potrebbero essere le tematiche legate ai temi dell’indebitamento e dei livelli di deficit a preoccupare i mercati.

Per ora, però, dato che si tratta di una tendenza globale e assolutamente necessaria, è improbabile che i singoli Paesi vengano puniti. A un certo punto, ridurre questi numeri sarà importante, ma potrebbero volerci anni prima che avvenga ciò. Tuttavia, vogliamo sottolineare come l’Europa non possa permettersi lo stesso deficit degli Stati Uniti, dato il ruolo del dollaro come valuta di riserva, e dato che alcuni Paesi europei periferici sono entrati in questa fase di crisi con livelli di debito già troppo elevati. In definitiva, riteniamo che il grande rischio sia che le economie diventino così dipendenti da misure di sostegno volte a sostenere occupazione e consumi da dover essere continuamente ampliate, o che si profili una fase recessiva. Dal punto di vista del mercato, la necessità di stimoli monetari è evidente. Oggi, e finché la crisi Covid durerà, i mercati richiederanno anche un continuo sostegno fiscale per colmare le lacune, a partire dal Cares Act 2 degli Stati Uniti. Ampliando l’orizzonte temporale, questa necessità può durare fino a quando non vedremo una crescita autosostenibile nella fase successiva alla pandemia.

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