Esg, via libera alla tassonomia Ue: è la fine del Far West?

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Avatar di Stefano Fossati 1 Ottobre 2020 | 14:30

A cura di Sébastien Thevoux-Chabuel, Analista Esg e Gestore di Comgest

A partire da marzo 2021, tutte le case di gestione dovranno informare gli investitori su come integrano la sostenibilità nei propri fondi. Tuttavia, questo termine imposto dall’Europa non sarà facile da rispettare. Quanti soldi sono attualmente investiti in fondi sostenibili? Questa è la domanda da 1 milione, o meglio 1 trilione di dollari. In agosto, Morningstar ha calcolato che, per la prima volta, i fondi conformi ai principi Esg erano pari a 1.000 miliardi di dollari. Va notato, tuttavia, che Morningstar utilizza la propria definizione di investimento sostenibile, come molte altre società di ricerca. Di conseguenza, sono disponibili diversi numeri sugli importi investiti in fondi sostenibili. Questo stato di cose porta anche a situazioni particolari. Ad esempio, le aziende che sono valutate come “sostenibili” da Msci non sono riconosciute come tali dal concorrente Ftse e viceversa (vedi grafico). I metodi utilizzati per valutare i profili Esg sono molto diversi e talvolta molto complessi, a seconda dell’agenzia di rating. Non solo le analisi, ma anche la selezione dei dati presi in considerazione, l’importanza attribuita a ciascuno di questi e le sanzioni per la mancata fornitura di determinate informazioni sono molto diverse.

L’Europa porrà presto fine a questa situazione caotica. Con il “Green Deal“, un progetto che mira a fare dell’Europa il primo continente neutro dal punto di vista delle emissioni di carbonio entro il 2050, le autorità cercano di stimolare gli investimenti sostenibili. Il motivo? Più investiamo nella sostenibilità, più veloce sarà la transizione energetica. L’Europa ha quindi messo in moto gli ingranaggi per creare un quadro di riferimento che determinerà quali attività sono sostenibili e quali criteri sono necessari perché un investimento sia considerato conforme ai principi Esg.

Tempi (troppo) stretti

La velocità con cui Bruxelles vuole che questa legislazione sia in vigore potrebbe costringerla a saltare alcuni passaggi. L’Associazione europea dell’industria dei fondi e del risparmio gestito (Efama) ha già chiesto una proroga della scadenza, in quanto le case di gestione non avranno informazioni sufficienti per poter redigere questi rapporti. Naturalmente sosteniamo questa iniziativa, perché finora è stato un po’ un Far West. Ma non dobbiamo dimenticare che i mercati sono guidati dalla diversità di approccio e dalla continua innovazione. Se poniamo le strategie sostenibili sotto un unico modello, questa potrebbe essere la fine dell’innovazione.

Inoltre, a livello aziendale, il rispetto delle nuove norme non potrà limitarsi alla spunta di alcune caselle su un foglio di calcolo Excel. Le case di gestione non potranno basarsi sulle dimensioni dei team di reporting Esg delle aziende. La domanda è cosa stanno facendo con i dati. Li usano per migliorare la sostenibilità delle proprie operazioni e prendere decisioni migliori? Gran parte dei numeri riportati dalle aziende viene utilizzata solo per alimentare i provider di dati e non viene utilizzata internamente, anzi pochi dipendenti sono a conoscenza della loro esistenza. Infine, l’introduzione di questi marchi nazionali non semplifica le cose per i gestori di fondi che vogliono vendere un prodotto in tutta Europa in quanto rende molto più difficile l’accesso ad alcuni mercati.

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