Il debito dei mercati emergenti al tempo del Covid-19

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Avatar di Stefano Fossati 9 Ottobre 2020 | 15:00

“La pandemia di Covid-19 ha scatenato previsioni apocalittiche sulle economie dei mercati emergenti. A nostro avviso, tuttavia, coloro che prevedono un imminente collasso di questi mercati forse trascurano le performance dell’ultimo decennio del mondo sviluppato. Dal canto nostro, noi ci aspettiamo che questi mercati continueranno a crescere a ritmi più sostenuti rispetto alle nazioni sviluppate sia durante la crisi del coronavirus che oltre”. Ad affermarlo è Peter Eerdmans, Head of Fixed Income e Co-Head of Emerging Market Sovereign & FX di Ninety One. Di seguito la sua analisi.

Il decennio scorso non è stato semplice per molti dei mercati emergenti. A seguito della Grande Crisi Finanziaria del 2008-2009, il loro sviluppo è rallentato a causa di una riduzione del tasso di crescita della Cina, sceso rispetto al +10% annuo degli inizi e della metà degli anni 2000. Nel 2013, inoltre, il “Taper Tantrum” ha messo in luce come molti mercati emergenti facessero affidamento sulla liquidità del dollaro e ciò ha causato delle correzioni dolorose ma necessarie alla crescita del credito e ai conti pubblici. Più recentemente, il programma protezionista dell’attuale amministrazione statunitense ha ostacolato il commercio globale e ha ulteriormente indebolito i mercati emergenti. Eppure, anche in un periodo tanto difficile, queste economie hanno performato meglio delle loro controparti dei mercati sviluppati.

Non è ancora chiaro quale sarà l’effetto del Covid-19 nel breve e nel medio termine per i mercati emergenti, ma sappiamo già che l’impatto della pandemia non ha precedenti nella storia economica moderna. Tuttavia, data la condizione demografica più vantaggiosa (popolazione più giovane e quindi meno a rischio) e considerato che le misure di lockdown messe in atto non sono state così dure come altrove, è probabile che il colpo che subiranno i mercati emergenti sarà moderato. Infatti, le previsioni del Fondo Monetario Internazionale rivelano che il differenziale di crescita tra emergenti e sviluppati aumenterà quest’anno, raggiungendo il suo divario più ampio dalla crisi finanziaria del 2008.

Guardando oltre, i fattori alla base della crescita dei mercati emergenti sono ancora intatti e, dopo un lungo periodo di riforme e aggiustamenti, questi stanno perseguendo politiche macroeconomiche ortodosse in ogni campo; hanno tassi di cambio e di occupazione competitivi e la loro forza lavoro è sempre più alfabetizzata. Tutti questi fattori indicano un potenziale di crescita e produttivo maggiore per i mercati emergenti che per quelli sviluppati.

Resilienza dei mercati emergenti alla minaccia di de-globalizzazione

Oltre al Covid-19, attualmente la minaccia più grave per i mercati emergenti è una nuova escalation della guerra commerciale tra Usa e Cina e una generale espansione delle politiche protezionistiche. Tuttavia, registriamo un basso rischio di una crisi della bilancia dei pagamenti nei mercati emergenti, i cui conti sono molto solidi, per non parlare del fatto che hanno riserve più che sufficienti per scongiurare crisi di questo tipo, qualora i rapporti commerciali internazionali si deteriorassero: in media, i mercati emergenti vantano riserve pari a circa il 140% della “Reserve Adequacy Measure” del Fondo Monetario Internazionale.

In ogni caso, il fatto che la deglobalizzazione – qualora si verificasse – sia un male per i mercati emergenti è tutt’altro che scontato. In questo periodo di ampio ricorso al lavoro da casa è ancora più evidente come l’economia globale sia interconnessa e quanto queste interconnessioni siano difficili da interrompere. Per lo meno, la globalizzazione dei servizi è più probabile che acceleri, inoltre una crescente regionalizzazione potrebbe proteggere alcuni mercati emergenti dalle frizioni internazionali.

Politiche monetarie credibili stabilizzano l’inflazione

Un altro motivo per cui i mercati emergenti sono più resilienti al giorno d’oggi è che l’inflazione è generalmente tenuta sotto controllo. Dagli anni ‘90 in poi, politiche economiche migliori, l’indipendenza delle banche centrali e misure specifiche per gestire l’inflazione hanno portato a una riduzione di questa negli emergenti dal 25% di quel decennio al 4% di oggi. Ovviamente ci sono delle eccezioni. La Turchia, la cui banca centrale è controllata dal governo, non è riuscita a gestirla, ma questi sono casi isolati.

Con un’inflazione nel complesso ridotta, la politica sui tassi di interesse è passata dal 20% negli anni ’90 al 5% negli anni recenti, facendo sì che i tassi d’interesse reali si riducessero molto. Tuttavia sono rimasti positivi, cosa che non accade nei mercati sviluppati, in cui i rendimenti reali dell’ultimo decennio sono stati negativi. Questo trend dovrebbe persistere anche dopo la pandemia, dato che il fardello di nuovo debito nei mercati sviluppati costringerà questi a mantenere i rendimenti nominali bassi.

I livelli di debito dei mercati emergenti sono gestibili e dovrebbero rimanere più bassi rispetto ai mercati sviluppati

Una preoccupazione comune è se i livelli di debito dei mercati emergenti siano sostenibili. È vero che ovunque nel mondo si rileva che il livello del debito è in aumento: dopo aver raggiunto il minimo nel precedente ciclo economico, i prestiti sono stati spinti al rialzo prima dalla Crisi Finanziaria Globale e ora dal Covid-19.

Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, il rapporto debito/Pil degli Stati Uniti aumenterà del 20% quest’anno, toccando quota 131%, mentre quello dell’Unione Europea aumenterà del 13%, raggiungendo circa il 100%. L’incremento nei mercati emergenti dovrebbe essere più contenuto, per via della loro crescita maggiore e per i loro bilanci fiscali più solidi. La crescita media del rapporto debito/Pil dei mercati emergenti dovrebbe passare dal 47% al 57%, che è comunque ancora sostenibile. Infine, i Paesi sviluppati saranno costretti ad attraversare un periodo piuttosto lungo di austerità finanziaria per riuscire a contenere il loro debito, mentre i Paesi emergenti dovrebbero essere in grado di evitare questo scenario.

In ogni caso, la sostenibilità del debito sarà uno dei maggiori fattori di rischio in tutto il mondo. Anche se il livello medio del debito dei mercati emergenti è contenuto, ci sono paesi specifici, come il Brasile, che dovranno fare i conti con indebitamenti considerevoli e con un mercato più vulnerabile (specialmente per quelli fortemente indebitati con l’estero), fattori che potrebbero rendere la loro traiettoria del debito insostenibile. Nell’ultimo anno per esempio, il Libano e l’Ecuador hanno dichiarato bancarotta e hanno dovuto ristrutturare il loro debito nei confronti dei creditori. Mentre i fondamentali sono solidi in tutti i mercati emergenti, persistono anche significative differenze tra gruppi di paesi: si va dal rapporto debito/Pil di oltre il 100% del Brasile a circa il 20% della Russia. Contro possibili ricadute e con il Covid-19 che aumenterà ancora di più questi divari, gli investimenti bottom-up saranno di grande importanza.

Conclusione

Con il coronavirus ancora presente – e con nazioni che in questo momento stanno sperimentando un secondo picco – è difficile dire quando l’economia tornerà alla normalità, ma quando lo farà, i mercati saranno ben posizionati per trarre beneficio dalla ripresa; inoltre, sono abbastanza resilienti da resistere alle attuali condizioni. In un mondo caratterizzato dai bassi rendimenti, riteniamo che il debito pubblico dei mercati emergenti abbia il potenziale per continuare a offrire maggiori possibilità di premi per il rendimento rispetto a quello dei mercati sviluppati, in particolare perché, come detto sopra, questi ultimi dovranno affrontare un periodo di austerità finanziaria per far fronte agli alti livelli di indebitamento. Attualmente nel mondo ci sono 33 trilioni di dollari di debito che rendono meno dello 0,5%, tasso ritenuto inadeguato per molte pensioni, assicuratori e altri investitori. Con gli investitori in cerca di asset a reddito fisso che presentino un rendimento più elevato, ci aspettiamo un incremento dei flussi monetari in entrata nei mercati emergenti, i quali andranno ad aumentare ulteriormente il prezzo degli asset.

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