Pmi italiane, 70 miliardi di euro di deficit patrimoniale

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di Stefano Fossati 12 Novembre 2020 | 14:30

Settanta miliardi di euro: è questo il deficit patrimoniale delle Pmi italiane secondo il nuovo studio di Euler Hermes, società del gruppo Allianz e leader mondiale dell’assicurazione crediti. Guardando all’Europa, le Pmi francesi necessitano di 30 miliardi di euro di ricapitalizzazione, mentre quelle tedesche di 3 miliardi di euro.

Figura 1 – Deficit Patrimoniale, miliardi di euro

Mentre i prestiti garantiti dallo Stato hanno finora aiutato le imprese a evitare una crisi di liquidità, sul piano strutturale e finanziario le Pmi europee si trovano ad affrontare livelli di indebitamento eccessivi, accompagnato da un peggioramento della redditività e una situazione di sottocapitalizzazione, elementi che costituiscono una cattiva combinazione per la loro solvibilità nel medio periodo.

In termini di settori merceologici, per l’Italia lo studio evidenzia le criticità per i settori dei Macchinari e del Commercio (comprendente la vendita al dettaglio e all’ingrosso) che presentano un deficit patrimoniale simile, rispettivamente 7,5 miliardi di euro e 7,3 miliardi di euro. “La meccanica italiana deve recuperare la perdita di fatturato e di posizioni sui mercati internazionali avvenuta in questi mesi a causa del lockdown che ha fermato di fatto il comparto – spiega Massimo Reale, Direttore Commerciale di Euler Hermes Italia – in un settore che di per sé richiede capacità patrimoniali per portare a termine commesse che possono durare diversi mesi e soprattutto raggiungere geografie anche ben distanti dal territorio nazionale”.

Anche il settore del Commercio sconta una tradizionale sottocapitalizzazione che viene esacerbata dalle misure di contenimento alla mobilità sul territorio dei mesi precedenti e dalla scarsa propensione ai consumi di questo periodo. Secondo le stime di Euler Hermes, si tratta di un deficit patrimoniale di 7,3 miliardi di euro. Se occorre distinguere fra commercio di beni alimentari e di beni non di prima necessità, con il primo che performa meglio rispetto al secondo, “anche nel commercio di prodotti legati all’Agrifood – prosegue Reale – assistiamo a una perdita di fatturato importante legata al canale HoReCa (hotel, ristoranti, catering) che in passato hanno garantito dei margini significativi all’industria alimentare, molto più alti di quelli che le varie insegne della Gdo riconoscono mediamente ai propri fornitori”.

Un altro settore delle Pmi che da questa analisi presenta importanti fabbisogni di capitale, pari a 4,5 miliardi di euro, è quello dell’Automotive, che è incappato in questa crisi nel bel mezzo di un processo di trasformazione e di passaggio dal motore a combustione interna al motore elettrico. “Le case automobilistiche da anni inseguono partnership e collaborazioni per condividere gli enormi costi legati allo sviluppo dei modelli elettrificati. Anche i player più piccoli che si posizionando lungo la catena di fornitura devono avere le risorse necessarie per affrontare questo cambiamento tecnologico. Il calo delle immatricolazioni del 2020, a settembre pari ad un -34% rispetto al 2019, di certo non potrà essere integralmente recuperato attraverso gli incentivi che il governo ha messo in campo a supporto del settore”.

Infine, la grande vittima di questa crisi: il Turismo e tutti i servizi ad esso collegati, dall’ospitalità ai trasporti, alla ristorazione. “Il turismo vale circa il 13% del nostro Pil. Per puntellare il settore,
mancano all’appello poco meno di 4 miliardi di euro di capitale aggiuntivo, che non escludo possano essere messi in campo almeno in parte da fondi internazionali intenzionati a investire “a sconto” su asset importanti del nostro Paese” aggiunge Reale.

In generale, i settori italiani sono più rappresentati nella “watch list” (Fig. 2) con diversi settori che prima dell’epidemia di Covid-19 avevano una quota di patrimonio netto inferiore al 35%, in particolare abbigliamento, legno e prodotti in legno, metallo strutturale, costruzioni, trasporti terrestri.

“È opportuno un cambio di passo da parte dei governi nazionali. Le misure di emergenza introdotte nei mesi scorsi sono servite a dare ossigeno alle imprese, ma hanno contribuito a creare il fenomeno delle cosiddette aziende zombie, che cioè sopravvivono solo grazie a queste misure eccezionali”, conclude Massimo Reale. “Oggi occorre guardare oltre e varare un piano di investimenti strategici sulle infrastrutture, sul capitale umano e sull’innovazione, che consentano alla nostra economia di cogliere appieno il rimbalzo e la ripresa dei traffici a livello globale attesi per il prossimo anno, con un occhio sempre più vigile sui mercati oltreconfine”.

Figura 2 – Divario di capitale proprio per settori (escluse le Pmi zombie)

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