La nuova era della riglobalizzazione dopo il Covid-19

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Avatar di Stefano Fossati 23 Novembre 2020 | 14:30

“La globalizzazione è stata il principale motore dell’aumento della ricchezza globale e ha contribuito a sollevare dalla povertà un numero enorme di persone. Se i benefici dell’innovazione condivisa e dei miglioramenti della produttività sono chiari, le prospettive di un’ulteriore integrazione globale sono diventate meno certe negli ultimi anni. La crisi finanziaria globale è stata seguita da anni di crescita debole e da montanti preoccupazioni legate alle disuguaglianze. Di conseguenza, abbiamo assistito a una serie di espressioni di questo malcontento: l’agenda ‘America First’ del presidente americano Trump, il crescente scetticismo nei confronti della Cina, il referendum di Brexit e la ricerca di politiche di ‘autonomia strategica’ nell’Unione Europea. Le manifestazioni non sono state solo politiche, ma hanno anche avuto un impatto tangibile sui volumi del commercio globale“. Lo sottolinea Steven Smith, Investment Director di Capital Group. Di seguito la sua visione.

Nel 2019 il commercio come percentuale del Pil globale è stato del 60% – lo stesso valore registrato nel 2008. Secondo l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il totale delle restrizioni alle importazioni implementate dal 2009 in poi e ancora in vigore alla fine del 2018 equivaleva all’8,8% (o 1,3 trilioni di dollari) delle importazioni totali del G20. Ciò rappresenta un aumento di 3,5 punti percentuali rispetto all’anno precedente. E poi c’è Covid-19 che, oltre ad avere un impatto devastante su milioni di persone in tutto il mondo, ha anche avuto un effetto catastrofico sulla produzione economica globale e sul commercio. Una recente previsione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) ha stimato che il commercio mondiale di merci potrebbe diminuire tra il 13% e il 32% nel 2020, a seconda della durata della pandemia e dell’efficacia delle risposte politiche.

I governi e le imprese stanno ora rivalutando i meriti delle catene di fornitura globali che fanno largo uso della delocalizzazione. Un’indagine condotta nel maggio 2020 tra i membri della Global Business Alliance, un gruppo di aziende globali con un’ampia presenza negli Stati Uniti, ha rivelato che il 77% si aspetta che gli Stati Uniti diventino più protezionistici in termini di fusioni e acquisizioni transfrontaliere, appalti pubblici e commercio a causa della pandemia. Il 69% dei suoi membri ha dichiarato di ritenere che anche altre economie avanzate si muoveranno per imporre maggiori barriere al commercio. L’Ue ha suggerito che potrebbero venire richiesto ai paesi membri di acquisire alcuni beni strategici, in tutto o in parte, all’interno del blocco stesso. Tuttavia, invece di segnare il picco della globalizzazione, potremmo in realtà trovarci di fronte ad un punto di inflessione a seguito del quale la globalizzazione cambia forma, guidata dalle circostanze che si sono sviluppate di recente. Le tensioni commerciali globali preesistenti, così come il Covid-19 che espone le vulnerabilità in interdipendenze efficienti ma fragili, hanno il potenziale di invertire il modello di delocalizzazione che è stato un pilastro della globalizzazione così come la conosciamo. Tuttavia, lungi dall’essere una sfida, ci sono molte aziende multinazionali che possono beneficiare di un potenziale ripensamento delle catene di fornitura.

Un numero di multinazionali che sono ben posizionate per prosperare in questo nuovo paradigma sono quelle sufficientemente agili, innovative e capitalizzate per poter replicare il loro ecosistema produttivo in nuove geografie. Questa “multilocalizzazione” delle catene di fornitura può aiutare le aziende ad essere più veloci e più allineate ai mercati finali, pur essendo meno esposte alle controversie commerciali transfrontaliere. Tesla ha recentemente aperto la Shanghai Gigafactory, la prima fabbrica di automobili di proprietà straniera in Cina, e ha impiegato solo 168 giorni per passare dai permessi a uno stabilimento finito. Se attualmente poco più del 30% dei pezzi della sua Model 3 di fabbricazione cinese sono di provenienza locale, si prevede che la continua integrazione verticale potrebbe arrivare fino al 100%. Molti fornitori cinesi di veicoli elettrici e di componenti beneficeranno di questo ecosistema, il che è controintuitivo se si considera la tradizionale narrativa delle relazioni Usa-Cina. Tesla ha inoltre ottenuto un’esenzione dall’imposta sulle vendite del 10% sulle automobili, che in genere è stata garantita solo ai veicoli elettrici prodotti da aziende cinesi. L’amministratore delegato e co-fondatore Elon Musk ha recentemente affermato che “il vantaggio sostenibile a lungo termine di Tesla sarà la produzione”.

Tsmc è il leader mondiale nella produzione dei semiconduttore più avanzati al mondo. Con oltre il 50% di quota di mercato e fino all’80% di quota di mercato nell’ambito dei prodotti più avanzati, Tsmc ha costruito un formidabile vantaggio investendo e sviluppando con successo il suo primato tecnologico su larga scala. Sebbene la stragrande maggioranza della produzione sia attualmente effettuata a Taiwan, ha recentemente annunciato l’intenzione di aprire un impianto di produzione di semiconduttori da 12 miliardi di dollari negli Usa, e più precisamente in Arizona, con l’obiettivo di avviare la produzione nel 2024. Si prevede che Tsmc riceva significativi incentivi governativi per compensare i costi aggiuntivi legati allo sviluppo della nuova fabbrica. In cambio, gli Stati Uniti stanno cercando di riaffermarsi come uno dei principali attori nella produzione di semiconduttori e dei relativi ecosistemi, un’area strategica in cui stanno perdendo terreno rispetto ai paesi asiatici (gli Stati Uniti si collocano solo al quarto posto nel mondo per capacità con una quota di mercato del 12,8%; dietro a Taiwan, Corea e Giappone e solo leggermente davanti alla Cina).

Per le aziende che cercano di diversificare i loro centri di produzione o per i Paesi che cercano di promuovere la riorganizzazione di alcune aree strategiche delle catene di fornitura, ciò comporterà chiaramente oneri aggiuntivi come spese in conto capitale, costi del lavoro e diversi standard normativi. Pertanto, al fine di contribuire a mitigare questi costi aggiuntivi, le aziende possono ricorrere a un uso crescente dell’automazione industriale. Questo potrebbe potenzialmente accelerare la tendenza verso l’automazione nella produzione e nell’industria manifatturiera, con i leader in questo campo in una posizione di forza per trarne vantaggio. Keyence è il principale produttore globale di sensori, strumenti di misura, sistemi di visione e altri componenti cruciali per l’automazione industriale, con forti vantaggi competitivi. Il mercato totale a cui si rivolge è indefinitamente ampio in quanto sempre più industrie abbracciano l’automazione, mentre l’azienda ha significative opportunità al di fuori del mercato nazionale giapponese, che rappresenta ancora il 47% del suo fatturato totale.

Honeywell è un’industria diversificata, tradizionalmente nota per le sue attività nel settore aerospaziale e delle tecnologie per l’edilizia. Tuttavia, l’azienda si sta concentrando sulle vendite di software e soluzioni con margini più elevati, allontanandosi dal suo passato di industria pesante e diventando sempre più un’azienda tecnologica. Honeywell genera ora un quarto dei suoi ricavi da soluzioni di processo e produttività, che comprendono attrezzature per l’automazione della catena di fornitura e del magazzino e software per la raccolta dati.

Una caratteristica distintiva di tutte le società menzionate l’essere multinazionali temprate e di grande esperienza, con una portata globale e locale. Mentre molti investitori si interrogano sul futuro della globalizzazione alla luce delle crescenti tensioni commerciali e degli impatti di Covid-19, noi consideriamo questa nuova era di riglobalizzazione come un’opportunità per queste aziende di prosperare.

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