Bce e Stati europei, i rapporti si ribaltano

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Avatar di Stefano Fossati 3 Dicembre 2020 | 14:30

“La nostra politica monetaria accomodante ha bisogno del sostegno della politica fiscale, e in questo momento nessuno di noi può permettersi autocompiacimenti”: questa frase giunge nientemeno che dalla Presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde. “Leggendo queste righe, si deve inevitabilmente pensare di aver frainteso qualcosa. Perché in genere avviene esattamente l’opposto: sono gli Stati a rivolgersi alle banche centrali per chiedere denaro a basso costo e finanziare più facilmente i propri deficit, mentre le banche centrali esortano gli Stati a gestire i bilanci in maniera oculata”. Lo afferma Bert Flossbach, co-fondatore di Flossbach von Storch. di seguito la sua analisi.

La Bce chiede sostegno agli Stati

Oggi però è la banca centrale a chiedere agli Stati di approfittare dei tassi bassi per aumentare l’indebitamento e la spesa pubblica. Persino il Fondo Monetario Internazionale, che di norma raccomanda di evitare una deriva incontrollata del debito sovrano, invita i paesi industrializzati a non preoccuparsi per il debito nazionale e investire in infrastrutture approfittando dei tassi bassi e del denaro a basso costo.

Con i tassi zero le montagne di debiti possono essere finanziate senza problemi

Già oggi i livelli di debito pubblico sono ai massimi storici. A fine anno l’indebitamento lordo del Giappone si attesterà probabilmente al più del 260% del prodotto interno lordo, negli Usa al 140% circa e nella zona euro al 100% circa. Almeno in teoria, finché i tassi e i rendimenti dei titoli di Stato rimarranno pressoché nulli, non c’è motivo di temere che i debiti non siano sostenibili nel lungo periodo. Perché a tasso zero si può finanziare senza problemi qualunque deficit e qualsiasi indebitamento accumulato. Negli Usa, ad esempio, il disavanzo pubblico dell’ultimo esercizio fiscale chiuso il 30 settembre ha superato i 3.000 miliardi di dollari.

Le banche centrali mondiali fanno incetta di titoli di Stato

Gli investitori potrebbero temere che gli enormi volumi di nuove obbligazioni necessari a finanziare i deficit di bilancio possano far salire i livelli dei rendimenti. Ma nonostante l’impennata dei debiti pubblici, la quantità di titoli di Stato Usa in circolazione è ultimamente rimasta pressoché stabile, dato che la Federal Reserve assorbe le eccedenze come un gigantesco aspirapolvere. Oggi detiene infatti più di un quinto di tutti i titoli di Stato Usa in circolazione. E non è neanche un dato così impressionante rispetto ad altre nazioni: il primato spetta da anni alla Bank of Japan, che ultimamente aveva in bilancio circa il 46% di tutti i titoli di Stato nipponici in circolazione, mentre nel Regno Unito la quota è al 35%. Il confine tra politica fiscale e monetaria si fa quindi sempre più labile.

Esistono ancora limiti agli acquisti di titoli di Stato?

Anche se le banche centrali mondiali non ritengono (ancora) minacciata l’indipendenza dei loro istituti e respingono con forza le accuse di finanziare gli Stati con le loro politiche monetarie, viene da chiedersi che fine abbia fatto il limite previsto per gli acquisti di titoli di Stato. I limiti autoimposti sembrano avere vita breve, lo ha dimostrato di recente la stessa Bce non avendo applicato ai suoi acquisti nell’ambito del Pandemic Emergency Purchase Programme (Pepp) la soglia massima del 33% già prevista per il Public Sector Purchase Programme. Se la pandemia si protrarrà ancora a lungo, il Pepp “illimitato” potrebbe tradursi in finanziamento pubblico.

Già oggi la spesa per interessi non grava più in modo significativo sul bilancio pubblico. Se le banche centrali continueranno a ricoprire il ruolo di “compratori di ultima istanza” mantenendo bassi i rendimenti dei titoli di Stato, gli oneri per interessi a carico degli Stati diventerebbero piuttosto trascurabili.

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