Unicredit, “l’addio di Mustier non ha a che fare con Mps”. Ma a Siena il tempo stringe

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di Stefano Fossati 7 Dicembre 2020 | 12:00

L’uscita annunciata dall’AD di Unicredit, Jean-Pierre Mustier, che ha annunciato l’addio a fine mandato ad aprile 2021, non ha a che vedere con le ipotesi di acquisizione del Monte dei Paschi di Siena. Questo almeno è quanto afferma il presdente designato dell’istituto bancario, Pier Carlo Padoan, in un’intervista al Corriere della Sera di domenica 6 dicembre in cui ha peraltro ribadito i concetti già espresso giovedì al Financial Times.

La decisione di Mustier, ha spiegato Padoan, è arrivata a seguito di una “diversità di opinioni” riguardo i “passi da prendere per la strategia di integrazione fuori dall’Italia. Non sono in discussione le strategie, su cui siamo d’accordo. È sulle modalità che erano emerse visioni diverse”.

Padoan ha aggiunto che il nuovo amministratore delegato dovrà avere “un forte standing internazionale, conoscenza consolidata del sistema bancario, leadership inclusiva e visione strategica”. I criteri di selezione, identificati lo scorso mercoledì dal comitato nomine, verranno sottoposti al Cda nella riunione di giovedì 10 dicembre. Intanto, Mediobanca esprime sul titolo Unicredit il giudizio underperform con prezzo obiettivo di 8 euro.

Resta da capire, a questo punto, se l’uscita di Mustier possa comunque spianare la strada a un’integrazione del Monte dei Paschi in Unicredit, operazione che sarebbe caldeggiata da diversi esponenti della maggioranza di governo. Sabato il quotidiano La Stampa ha riferito che la banca senese potrebbe tagliare fino a 6mila posti di lavoro se non sarà possibile la sua fusione con un altro istituto.

Lo stesso Mustier, dopo avere ufficializzato l’addio a Unicredit, si era comunque affrettato a precisare che la politica non aveva avuto alcun ruolo nel determinare la decisione. Piuttosto, notano diversi osservatori, a far crescere i mugugni nei suoi confronti all’interno del Cda sarebbe stata la strategia portata avanti dall’AD con il “Piano Transform 2019“, con cui Unicredit ha fra l’altro dismesso partecipazioni ritenute non strategiche come quelle in Finecobank, nella società di gestione del risparmio Pioneer, nella banca polacca Pekao e in Mediobanca, per un incasso complessivo di circa 10,5 miliardi di euro. A cui va aggiunto un aumento di capitale da 13 miliardi di euro.

Ciononostante, come ha osservato il 3 dicembre il Sole 24 Ore, la capitalizzazione di borsa di Unicredit nell’era Mustier è salita solo di 8,5 miliardi, mentre la concorrente Intesa Sanpaolo diventava il più grande gruppo bancario italiano in termini di attivi con le varie acquisizioni condotte in porto nello stesso periodo, la più importante delle quali è stata quella di Ubi Banca nei mesi scorsi. Quando il livello dei mugugni, ai piani alti di piazza Gae Aulenti, ha iniziato evidentemente a trasformarsi in un ronzio insostenibile per le orecchie del pur granitico ex rugbista transalpino seduto sulla potrona di amministratore delegato.

Il quadro tecnico di Unicredit

Unicredit ha iniziato un ritracciamento dopo il mancato superamento in area 9,40 euro della resistenza statica di medio termine e limite superiore del trading range all’interno del quale si muove (ancora oggi) dalla seconda settimana di marzo.

In ottica di più breve termine, il titolo ha aperto due consecutivi gap ribassisti a 9 e 8,64 euro violando poi a 8,50 il supporto dinamico ascendente, limite inferiore del canale rialzista che da fine ottobre supportava il recupero dei corsi.

Un movimento, quello ribasissta in atto, che potrebbe proseguire almeno fino al test a quota 7,55 della media mobile a 50 sedute. Oltre 8,26 euro, possibile una richiusa del gap ribassista aperto a quota 8,64.

Il trend di Unicredit nel medio termine a Piazza Affari

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