Addio al franco svizzero: il bene rifugio è un ricordo

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di Redazione 13 Aprile 2010 | 09:45
Arcucci: “Non è più indipendente. È un satellite della moneta unica europea”

Chi considera il franco svizzero come un bene rifugio è ancorato a un retaggio del passato privo di ogni fondamento. Oggi tutto è cambiato. Si potrebbe sintetizzare così la visione del professore Francesco Arcucci, ordinario di economia degli scambi internazionali presso l’Università di Bergamo sulla situazione attuale della valuta elvetica. “Il franco svizzero non ha più un andamento indipendente rispetto a yen, sterlina, dollaro ed euro” chiarisce subito Arcucci, “questo è un vecchio modo di pensare, oggi il franco svizzero è un satellite dell’euro. Si muove intorno alla moneta unica europea come la luna intorno alla terra”.
La dinamica indipendente della valuta svizzera rispetto al mercato dei cambi oggi è impossibile. “Stiamo parlando di una divisa che negli ultimi 40 anni si è apprezzata moltissimo passando da un cambio franco/dollaro pari a 4,29 fino a raggiungere la parità” spiega il professore. “Da quando è arrivato l’euro, tuttavia, tutto è cambiato trasformando il franco svizzero in una moneta ancillare”. Non solo. Il professore Arcucci ricorda che stiamo parlando di un paese, la Svizzera, di 7 milioni di abitanti, seppure solido nella sua economia ma con risorse limitate se paragonate ai numeri di Eurolandia che vanta un Pil vicino a quello degli Stati Uniti.
“È un cambiamento epocale che ha portato il rapporto euro/franco svizzero ad oscillare tra quota 1,44, raggiunto il 27 ottobre 2008 e 1,79” continua Arcucci. Recentemente però il franco svizzero ha rotto la soglia di 1,45 e si è apprezzato fino a 1,415.
E se il franco svizzero ha perso il suo ruolo di bene rifugio anche il dollaro ora potrebbe cambiare rotta e abbandonare una strada che percorre ormai da diversi anni: quella dell’indebolimento.
“Anche per quanto riguarda l’andamento del dollaro e delle altre valute (euro, yen e sterlina in particolare, ndr) è importante distinguere tra un prima e un dopo” sottolinea subito Arcucci. “Il prima riguarda la situazione pre-crisi: una fase di leveraging che portava a uno squilibrio delle bilance dei pagamenti con un avanzo per paesi come la Cina, la Germania e il Giappone, e un disavanzo per realtà come gli USA, la Gran Bretagna e la Spagna”. In una tale situazione abbiamo assistito inevitabilmente ad un continuo indebolimento della valuta statunitense che ha perso il potere di moneta regina, sicché l’euro è giunto addirittura a toccare il livello di 1,60 contro il dollaro.
Poi, dall’estate del 2008 la situazione per il mercato valutario è cambiata radicalmente. “Siamo passati alla logica opposta” chiosa il professore dell’Università di Bergamo “la logica del de-leveraging”. Ovvero si aperta la strada al tentativo di riequilibrare e riaggiustare la bilancia dei pagamenti americana troppo spostata sul lato del disavanzo. Un riequilibrio che ha ridato vigore al dollaro e che ha determinato, soprattutto, l’avvio di una fase di indebolimento per le altre prinicpali valute.
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