Trappola Covid, ecco come le piccole imprese italiane stanno cercando di uscirne

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Avatar di Stefano Fossati 28 Dicembre 2020 | 19:00

La pandemia ha travolto le piccole imprese italiane in maniera del tutto imprevedibile al punto che tanti non sono ancora riusciti a programmare un piano d’emergenza. Solo a inizio settembre, gli imprenditori erano convinti che non ci sarebbe stato un secondo lockdown: la curva epidemiologica e le decisioni del governo li hanno smentiti. E oggi, molti di loro si interrogano sul futuro delle loro attività, dal mondo dei servizi al commercio, dall’edilizia all’industria: ogni settore, sebbene in maniera diversa, è stato colpito dalla crisi. Una fotografia molto nitida della situazione che emerge dall’Osservatorio Piccole Imprese Italiane lanciato da Credimi, il più grande digital lender per imprese in Europa Continentale, realizzato con il supporto operativo di Nextplora, agenzia di Insight Management, su un campione di 1.200 aziende con fatturato fino a 10 milioni di euro, suddivise in parti uguali tra i settori di industria, commercio, edilizia e servizi e analizzate per forma giuridica (ditte individuali, società di persone, società di capitali).

Gli effetti della pandemia: chiusure, meno investimenti, molta prudenza

Le piccole imprese italiane rischiano di portare a lungo il segno delle cicatrici lasciate dalla pandemia. Tanti hanno dovuto abbassare le saracinesche la scorsa primavera durante il periodo di lockdown imposto per legge: il42% delle piccole imprese nell’industria, il 36% nel commercio, il 75% nell’edilizia e il 48% nei servizi. Qualcuno è riuscito ad andare avanti con formule come il delivery, ma non senza difficoltà. I fortunati che dicono di non aver avuto un impatto particolarmente negativo sul business sono molto pochi: si tratta del 16% nell’industria e nel commercio, il 5% nell’edilizia e il 13% nei servizi. Molte conseguenze della crisi sono trasversali a più tipologie di imprese e settori: effetti negativi sugli investimenti programmati, aumento della richiesta di finanziamenti nel 2020 (principalmente per ripristinare liquidità e pagare i fornitori), numero di chiusure forzate e cali del fatturato, assenza di strategie o piani puramente conservativi per fronteggiare i mesi a venire. È vero però che alcune di queste imprese hanno saputo reagire, in particolare le più piccole e giovani, forse anche proprio grazie alla loro grande flessibilità nell’adottare correttivi e nuove strategie, dando una visione del futuro se non rosea comunque più promettente.

Il crollo del fatturato: il problema più diffuso

Il 60% delle piccole imprese ha registrato una contrazione dei ricavi che oscilla tra il 10% e il 30%: un dato simile sia per le ditte individuali con incassi nell’ordine dei 100mila euro l’anno, sia per le realtà più strutturate. A dimostrazione che la crisi non ha guardato in faccia nessuno. Di conseguenza, è diventato difficile, per una azienda su tre, anche riscuotere i pagamenti – un calvario che a cascata ha avuto ripercussioni sull’intera filiera produttiva – così come pagare il personale, gestire le forniture e saldare le fatture. Una situazione per molti insostenibile e che ora senza un cambio di direzione rischia di avvitarsi ulteriormente e influire sugli investimenti e quindi sulla crescita delle imprese.

Gli investimenti: le più piccole e giovani osano di più

L’emergenza sanitaria ha gravato fortemente anche sugli investimenti: circa solo 1 azienda su 10 è riuscita a mantenere intatti quelli programmati per il 2020. La metà ha deciso di modificarli sia nelle priorità che nell’entità, e il restante 40% ha fermato tutto in attesa di tempi migliori. L’edilizia è il settore più conservativo in tal senso, con metà delle sue imprese che ha bloccato completamente gli investimenti. Una scelta dolorosa, ma – per tanti – l’unico modo per far fronte alle esigenze di cassa: dal pagamento degli stipendi a quello delle fatture, fino alla gestione delle forniture.

Solo una sparuta minoranza proverà a superare la crisi investendo e chiedendo finanza fresca per uscire dalla tempesta: una scelta coraggiosa e di lungo respiro che, passata l’emergenza, potrebbe davvero fare la differenza, allargando il divario tra chi si è fermato e chi, invece, ha scelto di rischiare per andare avanti. Le imprese più ottimiste in termini di incremento degli investimenti futuri sono quelle nei settori di commercio e servizi, in particolare le ditte individuali.

Come pensano le piccole aziende di superare la crisi?

Come anticipato, per far fronte alle crisi molte piccole aziende sono orientate verso soluzioni difensive, che prevedono nella maggior parte dei casi la riduzione degli investimenti, il ricorso alla cassa integrazione per i dipendenti e l’utilizzo di tutti gli ammortizzatori sociali possibili. Una scelta comprensibile, e probabilmente in alcuni casi obbligata, ma che rischia di penalizzare la futura ripresa. Il 10% di imprenditrici e imprenditori che ha intenzione di sfidare il Covid mantenendo i propri piani di crescita, invece, ha le idee chiare su come spingere l’acceleratore: aumenterà gli investimenti sulla digitalizzazione (lo dichiara il 16% delle imprese dell’industria, il 21% di quelle del commercio e il 28% dei servizi), in ricerca e sviluppo (secondo il 20% delle aziende dell’industria, 17% servizi, 18% commercio), nel lancio di nuovi prodotti (16% industria, 15% commercio e 17% servizi) e nell’ampliamento della propria rete commerciale. Ma anche nel marketing (17% industria, 22% commercio 26% servizi) e nella pubblicità. Una strategia di ampio respiro con obiettivi temporali di medio periodo che però può rappresentare la differenza tra morire e sopravvivere in un contesto in rapida evoluzione.

E sono proprio le aziende più piccole e giovani ad apparire come maggiormente ricettive e dinamiche in questo momento, forse perché sono state quelle che hanno dovuto apportare più cambiamenti. Ad esempio, i dati mostrano che a partire dal 2020 le ditte individuali hanno aumentato l’attenzione verso la digitalizzazione, anche perché necessitavano di colmare un gap significativo con i nuovi comportamenti di acquisto dei consumatori italiani.

“Abbiamo voluto dare avvio a questo osservatorio periodico perché pensiamo sia fondamentale avere uno spaccato dello stato di salute delle aziende e del sentiment dei piccoli imprenditori. In Credimi ascoltiamo migliaia di imprenditrici e imprenditori tutti i giorni – sono oltre 62mila le aziende analizzate fino ad oggi, arrivando ad erogare oltre 1,3 miliardi di euro. Le imprese si rivolgono a noi per far fronte alle esigenze evidenziate, come pagamento dei fornitori, stipendi dei dipendenti. Ma in molti hanno necessità di avere liquidità per investire e cercare di andare oltre questa crisi”, commenta Ignazio Rocco, Founder e Ceo di Credimi. “Però, sono ancora troppo poche le imprese nelle condizioni di potere effettuare quei cambiamenti che questa pandemia richiede. Quelle imprenditrici e quegli imprenditori che stanno utilizzando il digitale e approfittando dei cambiamenti nel comportamento dei clienti per modificare il proprio approccio di vendita, di consegna, di logistica, e di relazione con il cliente, sono quelli che emergeranno più forti da questa crisi. È importante che la finanza per le piccole imprese, in questo frangente, non si limiti a contenere la crisi di liquidità, ma faciliti gli investimenti che servono a questa trasformazione”.

“Questa analisi è un’importante fotografia dello stato delle imprese italiane, in grado di cogliere le caratteristiche dei diversi settori e tipologie di aziende, necessaria in un momento storico peculiare come quello attuale”, dice Bruno Lagomarsino di Nextplora. “Sono emerse dinamiche sorprendenti come la capacità di reazione delle ditte individuali che, spinte da una maggiore necessità, sono state particolarmente reattive nel cambiamento e nel processo di digitalizzazione. Lo studio si configura come un Osservatorio che potrà essere aggiornato nel tempo per individuare i trend in atto. Siamo felici di essere coinvolti in questo progetto e di poter supportare Credimi, una società che ha già una conoscenza molto profonda del tessuto imprenditoriale italiano”.

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