Le strategie di comunicazione Esg delle mid e small cap quotate su Borsa Italiana

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di Stefano Fossati 11 Gennaio 2021 | 14:30

Intermonte Sim, investment bank italiana indipendente, presenta la quinta edizione dei “Quaderni di ricerca Intermonte”, studi su temi di interesse per il mercato che la società sviluppa di anno in anno in collaborazione con la School of Management del Politecnico di Milano. Quest’anno, la ricerca “Le strategie di comunicazione delle mid e small cap quotate su Borsa Italiana in ambito Esg: un’analisi di benchmarking”, si è concentrata sull’analisi della rendicontazione dei dati non finanziari di un campione selezionato di società mid e small cap italiane quotate, per valutare la completezza e l’efficacia della comunicazione delle metriche Esg e i risultati ottenuti in tale ambito (sulla base dei principali Kpi desunti dagli elenchi di vari framework nazionali e internazionali) nel corso del triennio 2017-2019. Questo ha consentito di individuare alcuni cluster fra le imprese a piccola e media capitalizzazione analizzate: le “esperte”, le “ambizione” e le “gregarie”.

L’analisi si è focalizzata, in particolare, su di un campione selezionato secondi criteri stringenti di 21 aziende non finanziarie (con un focus sui comparti industriale, energy e utilities) quotate sul segmento mid e small cap del Mercato telematico Azionario Italiano, scelte tra quelle coperte dalla ricerca di Intermonte Sim (rappresentanti circa il 95% della capitalizzazione dell’intero mercato azionario italiano) che nel 2019 hanno divulgato più del 70% delle informazioni mappate come rilevanti ai fini Esg. Tale scelta consente di focalizzare l’analisi di fatto sulle aziende più “virtuose” in termini di disclosure non finanziaria, per avere una fotografia del posizionamento del campione in ottica Esg e valutarne i miglioramenti.

Comunicazione dei dati non finanziari in ottica Esg

I dati mostrano che le società oggetto di analisi hanno divulgato in media il 73,8% delle informazioni considerate rilevanti. Grande attenzione viene data soprattutto alla componente Social (il campione ha comunicato in media l’88,0% dei parametri mappabili), seguita da quella Environmental (70,9%) e da quella di Governance (67,2%). In generale, considerando le elevate percentuali, c’è una grande attenzione nel divulgare la maggior quantità di dati e informazioni possibili in merito ai propri piani e alle proprie strategie di sostenibilità.

La ricerca evidenzia però anche ambiti in cui solo poche aziende hanno voluto o potuto essere trasparenti e importanti aree di miglioramento per il futuro: in ambito ambientale, solo il 33,3% del campione ha stabilito obiettivi quantitativi sulla riduzione delle emissioni di Co2 e solo il 23,8% li ha fissati sull’efficientamento energetico. Ciò potrebbe sollevare dubbi riguardo all’effettiva implementazione delle iniziative di sostenibilità che, senza dei chiari parametri con i quali misurarne la bontà, potrebbero essere percepite esclusivamente come tentativi di greenwashing. Per quanto riguarda la componente governance, solo il 38,1% del campione ha effettivamente legato le proprie politiche di incentivazione e remunerazione anche alle variabili Esg; sul piano social, infine, appena un terzo delle società analizzate dispone di un Csr Manager preposto per la supervisione e l’implementazione dei piani di sostenibilità.

Nonostante molte società decidano, quindi, di implementare delle strategie Esg, mancano ancora dei veri e propri ruoli manageriali e di collegamento predisposti con lo scopo di verificarne l’andamento con frequenze ottimali, lasciando questo compito perlopiù al Consiglio di Amministrazione. Nella maggior parte dei casi, inoltre, sembrerebbero mancare dei veri e propri incentivi volti a remunerare i membri del board e i manager a seconda delle performance ambientali e sociali raggiunte. Questo potrebbe alimentare perplessità di investitori e stakeholder in merito all’effettivo impegno nei confronti della sostenibilità. Malgrado, quindi, le società stiano diventando virtuose e trasparenti relativamente alla quantità e alla qualità dei dati divulgati all’esterno, hanno invece ancora difficoltà a legare tali iniziative a obiettivi e remunerazioni interne e più in generale alla strategia aziendale di lungo periodo.

Migliore performance del campione

Le società analizzate hanno performato molto meglio del mercato nell’arco del triennio: il valore mediano della performance è +76,6%, più del triplo rispetto alle blue chip e alle altre small e mid cap. Considerando che le imprese selezionate sono quelle che hanno rilasciato più informazioni in ambito ESG, ciò può rappresentare un elemento distintivo rispetto all’attenzione che il mercato ha riservato in termini di premio di performance. Si può inoltre apprezzare la presenza significativa nel capitale delle aziende del campione di investitori istituzionali e fondi: in media il 18,1% del capitale totale è in mano a questi soggetti mentre il valore mediano è il 17%. Moltissimi studi accademici, d’altronde, dimostrano l’impatto positivo di una efficace rendicontazione non finanziaria per un’impresa, con l’effetto di generare rendimenti differenziali positivi per gli investitori (es. riduzione del costo del capitale, migliore attrattività per investitori e manager, riduzione del rischio alla reputazione, efficienza sui costi operativi, riduzione delle asimmetrie informative ecc.).

Gender diversity ancora lontana

L’analisi entra poi nel merito dei progressi dichiarati dalle imprese nei tre ambiti di attenzione nel corso del triennio preso in considerazione. La capacità delle aziende di migliorare nel tempo le proprie policy (soprattutto sociali e di governance) è essenziale per il successo nel lungo periodo. Sicuramente degno di nota è guardare all’evoluzione, purtroppo non molto positiva, della presenza femminile in azienda e nei cda: nel 2019 la maggioranza delle società analizzate (15 su 21) ha mantenuto una percentuale di forza lavoro di genere femminile inferiore al 25%; nel periodo 2017-2019, inoltre, tutte le aziende hanno modificato (in maniera più o meno consistente) la composizione del proprio personale, ma non sempre a favore della parità di genere (10 su 21 hanno aumentato il numero di uomini in azienda); per quanto riguarda la gender diversity nei consigli di amministrazione, a fine 2019, questi rimangono ancora a maggioranza prevalentemente maschile per quasi tutte le società analizzate (solamente 2 su 21 hanno raggiunto o superato la quota del 50% di consiglieri di genere femminile). Nonostante, quindi, il 95,2% delle aziende possegga una politica sulla discriminazione di genere e sulla tutela delle pari opportunità, dati alla mano non è evidente uno sforzo corale in tale direzione.

Tre cluster di aziende

Si propone in conclusione un modello riassuntivo delle diverse strategie analizzate, che classifica le aziende in tre diversi cluster, a seconda di specifici comportamenti differenziati: le aziende “Esperte” (5 su 21: spesso quelle di dimensioni maggiori e quotate da più tempo) caratterizzate da un livello molto buono di completezza dei dati a vasto raggio grazie al forte commitment del vertice. Sono aziende che hanno implementato azioni di concreto miglioramento sui Kpi Esg con risultati misurabili; le “Ambiziose’”(7 su 21: spesso quelle entrate in Borsa più recentemente) che in poco tempo hanno raggiunto discreti livelli di efficacia nella rendicontazione, limitati però ad alcuni contesti specifici; mostrano un buon livello di commitment, ma devono misurarsi con organizzazioni meno mature e meno esperte, che devono necessariamente ragionare per priorità. Sono però ben consce di quali possano essere gli ambiti di miglioramento futuri e li implementeranno a breve; le “Gregarie” (9 su 21) ovvero le aziende del campione che finora sono state meno complete e dettagliate nella comunicazione di tutte le variabili materiali; il gap può essere però recuperato attraverso un’azione di benchmarking rispetto alle best practice implementate dalle altre imprese più virtuose del campione.

Principali takeway

Considerando che, come anticipato, le imprese analizzate sono quelle che diffondono le informazioni Esg in modo più dettagliato, esistono ancora molti spazi di miglioramento per le small e mid cap italiane, ma allo stesso tempo c’è sicuramente l’opportunità di prendere come esempio il comportamento delle “Esperte” e avviare un costruttivo processo di ottimizzazione della gestione delle componenti Esg. Numerosi sono gli appuntamenti normativi previsti per il 2021 e 2022 cui il mercato finanziario dovrà adattarsi e che coinvolgono temi centrali quali la tassonomia delle attività sostenibili, i servizi finanziari e lo standard che qualifica i fondi e i titoli finanziari orientati alla sostenibilità. Il paradigma Esg si sta consolidando sempre più come punto di riferimento nelle strategie di investimento. Il crescente interesse degli investitori nell’integrare le considerazioni Esg con quelle finanziarie è un trend globale, destinato a plasmare il panorama della finanza in modo incontrovertibile.

Per le Pmi in particolare sarà fondamentale prepararsi con largo anticipo alle sfide future legate alla diffusione delle informazioni non finanziarie; chi riuscirà ad anticipare proattivamente l’evoluzione normativa godrà di un vantaggio competitivo rispetto agli altri, in quanto sempre di più capitali e risorse sul mercato saranno vincolati ad essere investiti secondo criteri Esg.

A seguito delle interviste con il management delle aziende del campione, emerge inoltre che:
· la quotazione in Borsa è un elemento catalizzatore per incrementare la sensibilità verso le tematiche Esg e incentivare il management a definire obiettivi specifici in tema di sostenibilità, dotandosi di strutture e di sistemi di controllo per la gestione e misurazione dei Kpi;
· per le Pmi è fondamentale che si implementi uno standard normativo chiaro come punto di riferimento univoco per tutti;
· per le Pmi è altrettanto importante aprire un dialogo continuativo con agenzie di rating e analisti specializzati, che per ora hanno guardato quasi esclusivamente alle blue chips.

“Il tema della sostenibilità sta monopolizzando l’attenzione dei mercati finanziari, consolidandosi come fattore centrale anche nelle strategie di investimento, grazie alla spinta delle autorità di mercato, dei legislatori europei e dei risparmiatori ad ogni livello, dai retail agli istituzionali”, commenta Guglielmo Manetti, Amministratore Delegato di Intermonte Sim. “Pochi sono ormai disposti ad affidare i propri capitali ad imprese che non implementano strategie orientate alla sostenibilità di lungo termine, attraverso buone pratiche finalizzate alla tutela dell’ambiente, all’inclusione e welfare sociale e ad una governance trasparente e rispettosa di tutti gli stakeholder. Inoltre, nuovi adempimenti obbligatori stanno per riguardare le imprese emittenti di titoli diffusi e chi ingegnerizza, gestisce e colloca prodotti finanziari che vi investono. Con questa analisi ci auguriamo quindi di fornire interessanti spunti di riflessione per i molti soggetti coinvolti e siamo lieti che Intermonte, nel suo naturale ruolo di punto di riferimento sul mercato italiano, possa dare un contributo fattivo al dibattito, nell’auspicio che il mercato dei capitali per le Pmi italiane diventi sempre più efficiente. Un particolare ringraziamento va al Politecnico di Milano con cui prosegue il proficuo rapporto di collaborazione iniziato nel 2016”.

“Ci auguriamo che il nostro studio possa rappresentare un punto di partenza che, in attesa di una auspicabile regolamentazione più standardizzata, aiuti a fare chiarezza all’interno del mare magnum del mondo Esg e ad accrescere ulteriormente la sensibilità della comunità finanziaria e delle imprese verso tali tematiche”, aggiunge Giancarlo Giudici, Professore ordinario della School of Management del Politecnico di Milano e referente scientifico della ricerca. “Per le piccole e medie aziende soprattutto sarà fondamentale farsi trovare preparate per gli adempimenti normativi futuri. Nel momento in cui ci saranno risorse e capitali dedicati sul mercato, le aziende che avranno le carte in regola rispetto all’informativa Esg avranno un importante vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti mentre le altre dovranno recuperare il gap”.

Scenario investimenti Esg e dati non finanziari

Secondo Morningstar, a fine giugno 2020 il valore totale degli investimenti in 3.432 fondi ‘sostenibili’ ha superato la soglia di 1.000 miliardi di dollari a livello mondiale. L’Europa è il mercato di riferimento, con un flusso netto di nuovi impieghi nel primo semestre 2020 pari a $ 61 miliardi (l’86% del totale) e uno stock complessivo pari a 870 miliardi di dollari (l’82% del totale). L’incertezza legata alla pandemia Covid-19 non ha frenato la raccolta che, a livello globale, ha registrato un valore record nel secondo trimestre del 2020 (+72% sul primo trimestre). Continua a crescere anche il numero di prodotti (fondi attivi ed Etf) che si richiamano a criteri Esg nella loro policy di investimento. Nel secondo trimestre 2020 si contano ben 125 nuovi fondi offerti al mercato, di cui 107 solo in Europa.

Il tema della comunicazione dei dati non finanziari è sempre più rilevante per le aziende per consentire ad analisti e società di rating di comprendere e apprezzare qualitativamente e quantitativamente gli sforzi profusi dal management nella tensione verso l’eccellenza in ambito Esg. Dal 2017 le imprese quotate sui listini regolamentati sono tenute a pubblicare una rendicontazione non finanziaria; cominciano, quindi, ad essere disponibili informazioni di valore per il mercato (anche se la maggior parte degli studi realizzati fino ad oggi, su possibili impatti positivi della efficace rendicontazione dei paramenti Esg, sono stati spesso confinati al mondo delle blue chips e quasi mai al mondo delle piccole e medie imprese).

La ricerca integrale è disponibile sul sito Intermonte a questo link.

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