IG Italia: che cosa ci aspetta sui mercati nel 2021

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di Stefano Fossati 14 Gennaio 2021 | 19:00

Nessuno avrebbe mai immaginato un 2020 come quello appena concluso: la crisi scatenata dalla pandemia di Covid-19 si è imposta sulla scena, catalizzando l’attenzione e pilotando di fatto la cronaca economica, politica e finanziaria del mondo intero. Una crisi così massiccia da determinare anche gran parte dell’agenda del 2021. Gli occhi del mondo sono puntati sullo sviluppo della situazione vaccini (con le approvazioni della Food and Drug Administration per gli Usa e dell’Ema per l’Unione Europea) e sulle prospettive di ripresa economica. Di seguito l’outlook su mercati e commodity a cura dell’ufficio studi di IG Italia.

Mercati

Europa

Anche in Europa gli indici azionari sono stati trainati dalle azioni accomodanti della Bce e dalle politiche economiche espansive portate avanti dall’Unione Europea con il recovery fund (Next Generation EU). Nel Vecchio Continente tuttavia abbiamo assistito a velocità diverse sia nei danni derivanti dalla pandemia sia nell’andamento delle attività economiche conseguente. La Germania è riuscita a mostrare performance migliori rispetto agli altri paesi grazie a misure governative veloci e trasparenti che sono riusciti a contenere il contagio. Manteniamo quindi le nostre prospettive rialziste sull’azionario europeo, preferendo l’indice tedesco Dax rispetto agli altri. Sulle valute europee conserviamo un approccio “neutral” sull’euro. Crediamo, infatti, che il cambio euro-dollaro possa avere ancora spazio per apprezzarsi ulteriormente anche verso quota 1,30 sulla scia di una politica fiscale super-espansiva da parte del nuovo segretario al Tesoro statunitense Janet Yellen. L’euro, tuttavia, a nostro avviso, perderà terreno contro le altre valute forti nel Vecchio Continente, come franco svizzero e corona norvegese.

Il caso italiano: il settore bancario e il Ftse Mib

Il settore bancario proseguirà il processo di consolidamento avviato negli ultimi anni. Con ogni probabilità i tasselli di questo grande puzzle si completeranno già nei prossimi mesi, con le ultime banche che convoleranno a nozze. Unicredit, Mps, Banco Bpm e Bper saranno i quattro principali istituti a giocarsi questa partita. Non escludiamo colpi di scena, anche se l’addio di Mustier alla guida della banca di Piazza Gae Aulenti spalanca le porte a un matrimonio con Piazza Salimbeni. M&A a parte, sulle banche pende il nodo dei crediti deteriorati, Npl, che potrebbero lievitare a seguito della pandemia. Potremmo avere numeri più importanti rispetto a quelli della crisi del 2012 con nuove ondate di aumenti di capitale necessari per stabilizzare il sistema bancario. Sarà questa una sfida nella sfida, riuscire a resistere a nuovi aumenti di capitale, in un momento particolarmente difficile per l’economia e il Paese e soprattutto in un’ottica di tassi bassi ancora a lungo. Proprio il settore finanziario potrebbe frenare l’ascesa del Ftse Mib che è tornato negli ultimi giorni sopra quota 22mila punti. Le aspettative è che la corsa degli ultimi mesi possa arrestarsi poco sopra 24 mila punti. Sarà questo l’ostacolo, superato il quale potremmo puntare verso i 26 mila punti nel corso dell’anno.

I bond e lo spread

Il 2020 ha visto una prosecuzione della discesa dei rendimenti sui principali bond governativi del mondo. Rispetto a qualche anno fa, questa volta a finire sotto zero è stata la parte più lunga della curva, causa lo scoppio della pandemia Covid-19. Il rally dei bond ha coinvolto anche i Btp, che dopo una fase di incertezza iniziale legata al lockdown, hanno iniziato la sua corsa grazie all’annuncio prima e alla approvazione poi del recovery fund europeo, oltre che alle misure di stimolo adottate dalla Bce. Complice di ciò il rendimento sul decennale italiano ha registrato nuovi minimi storici proprio negli ultimi giorni, arrivando sulla soglia di 0,50%, un livello impensabile forse solo in primavera, quando si era spinto sino al ridosso del 2%. In forte riduzione anche lo spread, arrivato vicino ai 100 punti base rispetto ai 240 di inizio 2020. All’orizzonte però il quadro rimane piuttosto difficile, complice l’instabilità politica. Nel 2021 e ancor più nel 2022 il Paese dovrà fare i conti con l’enorme debito pubblico accumulato negli ultimi mesi. Una sfida importante che potrebbe tornare a mettere pressione alla carta italiana. Quadro questo che ci spinge a ipotizzare di vedere lo spread nuovamente sopra i 200 punti base, e su livelli ancor più alti se l’incertezza politica dovesse perdurare.

Il caso della Germania: la successione di Angela Merkel e le elezioni politiche

Anche Angela Merkel non è immortale. Dopo 15 anni consecutivi al potere Angela Merkel ha reso noto che non parteciperà come candidato della Cdu per le elezioni politiche generali del 26 settembre. La cancelliera ha condotto la Germania con rigore e grande senso politico, portando il paese a evidenziare le performance economiche migliori nel Vecchio Continente. La Merkel è stata indubbiamente straordinaria soprattutto a guidare governi di larghe intese non facili da domare. Ha inoltre rafforzato le istituzioni europee portando avanti il processo di integrazione. Non sarà facile per il mondo politico tedesco trovare un degno erede della regina d’Europa. L’incertezza politica all’avvicinarsi delle elezioni del 26 settembre potrebbe creare volatilità sull’indice tedesco e sugli altri indici europei.

Stati Uniti

Gli indici statunitensi hanno segnato nuovi massimi storici sulla scia delle manovre accomodanti da parte della Federal Reserve e quelle espansive del Congresso. Inoltre altro elemento positivo che ha portato ulteriori acquisti è stata la vittoria alle presidenziali del democratico Joe Biden e un Congresso favorevole ai democratici. Il 5 gennaio, infatti, i democratici sono riusciti a guadagnarsi gli ultimi due seggi disponibili al Senato lasciando un percorso più facile per l’approvazione delle leggi della nuova amministrazione Biden. E’ molto probabile che nei prossimi mesi il nuovo presidente spingerà per un nuovo relief plan (da 500 a 1000 miliardi di dollari) portando l’assegno alle famiglie americane fino a 2 mila dollari. In merito alla Fed ci aspettiamo un prolungamento delle misure accomodanti per lungo tempo sia nell’acquisto di assets (80 miliardi di dollari in Treasuries e 40 miliardi di dollari in mortgage backed securities), sia per i tassi d’interesse che resteranno fermi e invariati nella forchetta 0-0,25%. Grazie all’insediamento di Janet Yellen come segretario al Dipartimento del Tesoro ci attendiamo una maggiore collaborazione tra Fed e Governo dopo i difficili rapporti tra Powell e Mnuchin. Per i mercati le manovre espansive della Federal Reserve e del Congresso comporteranno ulteriore liquidità nel sistema con conseguenti rialzi per le piazze azionarie e debolezza per il dollaro.

Il caso: la guerra commerciale con la Cina

Un altro fattore che ci accompagnerà per tutto il 2021 sarà il tema degli scontri commerciali tra le due grandi super potenze economiche mondiali: gli Stati Uniti e la Cina. Con l’avvento di Joe Biden come nuovo presidente degli Stati Uniti ci aspettiamo un allentamento delle tensioni ma NON un cambiamento nell’approccio alle trattative. La Cina non ha al momento soddisfatto i requisiti dell’accordo di fase 1 in merito all’acquisto di beni importati dagli Stati Uniti, soprattutto di beni agricoli che è stato uno degli elementi più importanti per Donald Trump (a fine ottobre la Cina ha acquistato beni per 15,6 miliardi di dollari rispetto ai 27 miliardi di dollari attesi e per un impegno totale nel 2020 di 36,6 miliardi di dollari). Crediamo che ulteriori tensioni siano in arrivo soprattutto nel secondo semestre 2021.

Commodity

Petrolio

Il 2020 è stato un anno storico soprattutto per questo mercato. Prima la Trade War tra Usa e Cina, poi il meeting Opec+ di marzo con la clamorosa mossa dell’Arabia Saudita che per rispondere alla Russia ha aumentato a sorpresa la produzione. Infine la pandemia che ha fatto crollare il prezzo del petrolio e il problema dello stoccaggio che ha spinto il Wti in negativo per la prima volta nella storia. Dopo i tagli dei Paesi Opec+ il prezzo ha iniziato una costante ripresa fino al recente rally dovuto alla svolta dei vaccini e alle speranze di una rapida ripresa della domanda. Il Brent si è portato a 52 dollari per la prima volta da marzo e il Wti a 49 dollari. I Paesi Opec+ hanno deciso il 3 dicembre di aumentare la produzione aggregata di greggio di 500mila barili al giorno da gennaio 2021 e di incontrarsi mensilmente per decidere i successivi livelli di produzione. Nonostante i dati incoraggianti della ritrovata domanda cinese, un dollaro molto debole e la prospettiva di ulteriori stimoli da parte delle banche centrali, i recenti report di Eia e Opec avvertono che la ripresa sarà più lenta del previsto. Qualsiasi impatto dei vaccini sulla domanda è ancora lontano diversi mesi, e la domanda di petrolio aumenterà nel 2021 di 170mila barili al giorno in meno rispetto alla previsione precedente. Il downgrade nel 2021 della domanda di petrolio è dovuto principalmente alla lenta ripresa del settore dell’aviazione, che continua a esercitare pressioni sulla domanda di jet fuel/cherosene. Rimane una notevole incertezza sull’efficacia, la disponibilità e la distribuzione dei vaccini ed esiste la possibilità di una terza ondata del virus che porterebbe una nuova pressione al ribasso sulla domanda di petrolio. Inoltre rimane nel loro interesse non far crescere troppo i prezzi per non avvantaggiare la ripresa del mercato dello shale oil. Tutti questi fattori fanno pensare che la ripresa ci sarà però più lenta del previsto e solamente decisioni dei produttori potranno spingere i prezzi verso l’alto nei primi mesi dell’anno (come ad esempio la scelta dell’Arabia Saudita di diminuire la propria produzione).

Oro

La pandemia ha provocato un’incertezza economica senza precedenti, che ha portato a un aumento della domanda di beni rifugio. Le azioni intraprese dalla Federal Reserve hanno inoltre indebolito il dollaro, spinto vicino ai minimi da aprile 2008, rendendo l’oro il bene rifugio per eccellenza. Le ampie misure di stimolo monetario a livello globale hanno sostenuto ulteriormente i prezzi spingendo il rally del metallo giallo che lo ha portato dal minimo di quest’anno di 1451 dollari al massimo storico di 2075 dollari toccato ad agosto. Un +43% in 5 mesi. Recentemente, da quando le notizie sul vaccino Covid hanno preso piede, l’appeal dell’oro come bene rifugio è diminuito. Con un aumento della propensione al rischio, gli investitori e le istituzioni stanno optando per attività più rischiose come i mercati azionari, sperando in una ripresa economica più rapida. È probabile che i prezzi dell’oro diminuiscano se il vaccino venisse distribuito dappertutto più velocemente di quanto previsto. Questi eventi si contrastano però con la rinnovata debolezza del dollaro dopo l’ultima riunione Fed e con una serie di fattori che lasciano ben sperare su una forza duratura dell’oro nel 2021. Infatti, metà della popolazione statunitense potrebbe non essere vaccinata prima di metà anno, rallentando la ripresa nella prima metà del 2021. Inoltre, si prevede che l’amministrazione Biden determinerà una spesa pubblica più forte, che dovrebbe stimolare la domanda interna degli Stati Uniti e la crescita economica. Ciò dovrebbe alimentare le pressioni inflazionistiche, insieme all’impegno della Fed di mantenere la sua posizione monetaria ultra accomodante almeno fino al 2023. È probabile quindi che il prezzo dell’oro sarà sostenuto dall’inflazione, da un profondo deficit fiscale e un dollaro Usa debole per il prossimo futuro, rendendolo ancora il bene rifugio preferito dal mercato fino a che la ripresa economica sarà stabile e lascerà il posto ad asset più rischiosi.

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