La “realtà” dei tassi

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Avatar di Gianluigi Raimondi 19 Gennaio 2021 | 10:30

A cura di Alexis Bienvenu, gestore de La Financière de l’Echiquier

La scorsa settimana è stata caratterizzata da un picco nel rendimento del decennale USA, in crescita quasi costante dall’estate in cui aveva raggiunto il livello senza precedenti dello 0,50%. L’accelerazione è iniziata il 6 gennaio, in concomitanza con l’annuncio dei risultati delle elezioni per il Senato in Georgia, vinte dai Democratici. Da allora, il 12 gennaio, il titolo è andato a 1,18, un livello che non era più stato toccato dalla crisi di marzo. Questo aumento, benché non inedito, non lascia indifferenti.

Significa forse, contrariamente a quanto è avvenuto in passato, che il minimo è ormai stato raggiunto e che da ora in poi il rendimento potrà solo aumentare? Non sarebbero da poco le conseguenze finanziarie se questa ipotesi si rivelasse fondata. Metterebbe fine a quarant’anni di riduzione dei tassi, associata a una diminuzione dell’inflazione, con quanto ne consegue: la possibilità per gli Stati con un rating elevati di continuare a indebitarsi senza, tuttavia, andare incontro a un aumento eccessivo dell’onere del debito. Se queste condizioni favorevoli venissero a mancare, si contrarrebbe la capacità di indebitamento di tutti i player, Stati compresi, che non sarebbero più in grado di far crescere l’indebitamento in un momento in cui le imprese e le famiglie ne avrebbero maggiormente bisogno. La trappola del debito si richiuderebbe.

Fortunatamente, non siamo ancora giunti a questo punto. A salvare la situazione sono le aspettative inflazionistiche. In costante rialzo dall’estate, anche negli Stati Uniti, l’inflazione “a cinque anni su un orizzonte quinquennale”, ovvero l’aspettativa di inflazione a lungo termine riflessa dai mercati obbligazionari, si aggira attualmente intorno al 2,3% sull’altra sponda dell’Atlantico. In queste condizioni, i tassi “reali”, quelli attuali del decennale (diciamo 1,10%) meno le prospettive di inflazione a lungo termine (diciamo 2,3%), rimangono molto favorevoli, intorno al -1,2%. Un livello quasi surreale! Indebitarsi a queste condizioni rimane del tutto vantaggioso: anche a un tasso apparentemente positivo si è pagati, in termini “reali”, per indebitarsi. Così, l’economia può continuare a girare, grazie ad altro debito contratto gratuitamente.

È quindi fondamentale che le aspettative di inflazione si mantengano a un buon livello, punto sul quale da anni stanno lavorando le banche centrali e i governi, con dei risultati contrastanti nel caso europeo e positivi nel caso statunitense. Per riuscirci, ogni mezzo è lecito, compreso aumentare la spesa.

Il nuovo piano di ripresa annunciato da Joe Biden il 14 gennaio si inquadra così in questa prospettiva. Non solo fornisce aiuto urgente a chi è maggiormente colpito dall’epidemia ma contribuisce anche – e soprattutto – a sostenere i consumi e quindi l’inflazione, promettendo ben 2.000 miliardi di dollari sotto forma di trasferimenti di ricchezza alle famiglie, alle imprese e alle autorità locali, che si aggiungono ai 900 miliardi di dollari appena approvati dall’amministrazione Trump. Si tratta di un disavanzo aggiuntivo di quasi 3.000 miliardi di dollari proposto nel giro di poche settimane… È pur vero che, nelle condizioni attuali, l’indebitamento porta non solo denaro, ma anche elettori.

Tuttavia, questa espansione monetaria e fiscale ha un prezzo: i timori diffusi di un deprezzamento della moneta. Questa è una delle spiegazioni (a parte la pura speculazione) dei record raggiunti dalle criptovalute negli ultimi tempi, e soprattutto dal Bitcoin, che ha superato i 40.000 dollari all’inizio di gennaio, mettendo a segno una crescita surreale del 300% dall’estate. Nella stessa ottica, anche l’oro, che ha guadagnato il 25% l’anno scorso, potrebbe essere molto ricercato.

Ma se tra due mali bisogna scegliere il minore, l’espansione di bilancio è preferibile alla fuga verso l’austerity: l’esperienza degli anni ’30 dimostra che una grave deflazione non porta benefici in più rispetto all’inflazione. Possiamo quindi plaudere all’attivismo americano in questo settore. Sta aiutando l’economia globale, compresa quella europea, a non piombare nella deflazione, consentendo alle imprese di sopravvivere e alle famiglie di consumare. Una volta circoscritto l’incendio verrà il momento di ricostruire il tempio del denaro su basi “solide”.

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