Biden presidente, che cosa cambia per i bond dei mercati emergenti

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Avatar di Stefano Fossati 1 Febbraio 2021 | 13:30

“Il cambiamento più visibile della nuova presidenza Biden sarà proprio il ritorno a un modus operandi più conforme e prevedibile. I mercati accoglieranno con favore il venir meno di una simile fonte di volatilità e in particolare gli asset dei mercati emergenti, sia debito che azioni, dovrebbero largamente beneficiare della nuova presidenza, dati i probabili cambiamenti sia nelle relazioni internazionali che nella politica economica interna degli Usa”. E’ l’opinione di Edwin Gutierrez, Responsabile Emerging Market Sovereign Debt di Aberdeen Standard Investments.

Ritorno alla civiltà e a una politica estera più lineare

Sul fronte delle relazioni internazionali, la presidenza Biden prevede un ritorno a una politica estera più lineare, con meno unilateralismo e più interazioni con gli alleati tradizionali. Il ritorno alla “normalità” si noterà soprattutto nella politica commerciale, anche se è ingenuo aspettarsi che gli attriti commerciali fra Stati Uniti e Cina scompaiano o si riducano sensibilmente. Infatti, riconoscendo le sottostanti forze del nazionalismo, la squadra di Biden ha già espresso un sostanziale sostegno alla visione di Trump della Cina come “concorrente strategico”.

Il dialogo internazionale, tuttavia, sarà sicuramente più civile, il che rappresenta un importante punto di partenza. Più concretamente, il nostro scenario di base prevede un minore utilizzo dei dazi da parte della nuova amministrazione a favore dei mercati emergenti ad alta intensità di esportazioni, soprattutto la Cina e i paesi limitrofi profondamente integrati nella sua filiera produttiva. Il settore globale che ne trarrà i massimi benefici sarà quello dell’Information, Communication and Technology (ICT), che si affida ampiamente a questa catena di fornitura.

Futuro meno roseo per i paesi autoritari

L’approccio di Biden dovrebbe andare a favore della maggior parte dei paesi, ma per altri, specie quelli con leadership più autoritarie, si prospettano maggiori pressioni su questioni ormai note, in particolare i discutibili primati in materia di diritti umani e/o manifeste aspirazioni geopolitiche (essenzialmente non in linea con gli Stati Uniti). A parte la Cina, sono tre i paesi che avrebbero quasi certamente preferito lo status quo di Trump: Russia, Turchia e Arabia Saudita.

Re-regulation

Anche sul fronte interno, l’era Biden preannuncia notevoli cambiamenti che potrebbero comportare conseguenze di vasta portata anche a livello internazionale.

Per i mercati emergenti prevediamo impatti positivi derivanti principalmente da due fattori:
1) Ritorno alla regolamentazione o re-regulation. La deregolamentazione dell’era Trump, unitamente a un’ampia riduzione delle aliquote fiscali per le aziende, ha ulteriormente aumentato l’attrattiva degli investimenti Usa, e sicuramente il massiccio afflusso di capitali globali ha contribuito nell’ultimo decennio all’elevato livello dei rendimenti azionari Usa rispetto al resto del mondo.
2) Notevole aumento della spesa fiscale Usa. L’amministrazione Biden dovrebbe tuttavia cercare di invertire la rotta intrapresa da Trump in merito ai tagli fiscali, anche se è improbabile un ritorno al 35% dall’attuale 21%. Inoltre, è verosimile che la tendenza alla deregolamentazione si inverta, in parte per ripristinare gli annacquati standard ambientali degli ultimi anni.

A parità di condizioni, questi cambiamenti tenderebbero a ridurre l’attrattiva statunitense per il capitale globale. Contemporaneamente, dovrebbero risultare più interessanti altri asset rischiosi globali, tra cui quelli dei mercati emergenti.

Via libera agli stimoli fiscali

Sul fronte fiscale, la vittoria di Biden, in quanto democratico, ha sempre fatto pensare a un’accelerazione della spesa pubblica. Una tesi che si è rafforzata dopo i ballottaggi in Georgia, poiché i Democratici ora controllano entrambe le Camere del Congresso Usa, così da spianare la strada verso ulteriori massicci stimoli fiscali.

Riteniamo che ciò sia positivo per gli asset rischiosi dei mercati emergenti in quanto l’aumento della spesa statunitense indica un maggiore deficit delle partite correnti, a svantaggio del dollaro, il che a sua volta rende gli investimenti non statunitensi più interessanti per gli investitori globali.

Implicazioni per il debito dei mercati emergenti

La maggior parte delle considerazioni fin qui esposte rafforza in generale la tesi a favore di tutti gli asset dei mercati emergenti. Tuttavia, osservando più da vicino il segmento del debito dei mercati emergenti, alcune asset class sembrano più avvantaggiate di altre. Tutti i comparti del debito emergente hanno registrato massicce vendite durante il periodo di picco pandemico nel marzo del 2020. In seguito, però, vi è stata una potente e sostenuta ripresa che ha limitato l’attrattiva delle valutazioni.

Per questo riteniamo che l’attuale contesto richieda una maggiore selettività. I segmenti che sembrano ancora relativamente a buon mercato sono in particolare i titoli di Stato high yield e le obbligazioni in valuta locale. Da qualche tempo i titoli di Stato high yield dei mercati emergenti sono indietro rispetto alla compressione degli spread dell’high yield Usa; una situazione che si è accentuata nell’ultimo anno, ampliando ulteriormente lo spread tra i due mercati.

A livello di obbligazioni dei mercati emergenti in valuta locale, il rafforzamento registrato dal dollaro Usa nell’ultimo decennio è stato il principale fattore trainante della sottoperformance, il che fa apparire l’asset class a buon mercato su base relativa. Inoltre, il probabile indebolimento del dollaro dovuto all’aumento della spesa fiscale Usa, sarà particolarmente promettente per questo segmento.

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