La tecnologia europea? Ha il suo vantaggio competitivo nel “purpose”

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di Stefano Fossati 24 Febbraio 2021 | 10:00

“Qualcuno dice che i cinesi hanno tutti i dati e gli americani hanno tutti i soldi. Ma quando vedo cosa abbiamo in serbo per noi in Europa, vedo che abbiamo uno scopo”. “Queste parole della Commissaria europea alla concorrenza Margrethe Vestager, sono quelle pronunciate nel corso di una audizione sul tema della disaffezione degli europei verso la tecnologia. Risalgono a ottobre 2019, pre pandemia, e oggi suonano come un auspicio”. Lo sottolinea Stefano Guidotti, Partner di P101. Di seguito la sua visione sul mercato tecnologico del Vecchio continente.

La Vestager si riferiva in particolare all’intelligenza artificiale: quella europea “è nella salute, è nell’ambiente, è nell’organizzazione dei trasporti. È là che si può osservare l’intelligenza artificiale utilizzata per uno scopo più alto: questo trovo sia una buona ispirazione per capire come usare i dati e dove trovare i fondi per aumentare gli investimenti”.

Avere uno scopo, una ragione che va oltre il profitto, il “purpose”, è ciò che può differenziare le startup della ritardataria Europa rispetto ai colossi asiatici e Usa. E compensare in qualche modo la debole crescita che ci affligge.

Perché ci vuole più purpose

Qualcosa che a ben vedere ci contraddistingue da sempre. Puntare a migliorare il clima globale, combattere il riscaldamento del pianeta, risolvere il problema della povertà educativa, aumentare l’inclusione femminile nel mondo del lavoro, contribuire allo sviluppo di microimprese e attività di vicinato: recuperare in una parola il capitalismo umanista di olivettiana memoria. Questa è stata la nostra bussola negli ultimi cinque anni almeno e questa idea deve continuare a guidarci. Perché è anche ciò che può dotare l’Europa e l’Italia di una marcia in più in termini di capacità di attrarre talenti, consumatori, investitori. Sempre di più il talento segue, come gran parte del mercato, propositi più alti del semplice profitto.

Investire per obiettivi, una questione di Dna

P101 ha nel proprio Dna il purpose driven-tech: lo dimostra il suo track record di investimenti, tutti aventi alla base un fattore comune: l’obiettivo di rendere più efficienti interi settori o filiere produttive grazie alla tecnologia, con una profonda attenzione alla sostenibilità e all’impatto sociale. Che è ciò che ci guida in ogni due diligence, al pari del business plan e della prospettiva di mercato. Finanziamo e accompagniamo nello sviluppo soprattutto le persone che sono alla guida della startup. Una startup è di successo se cambia il mondo e se lo fa in maniera positiva.

Il purpose driven-tech ha raccolto 20 miliardi in cinque anni: il viaggio è appena iniziato

Secondo i numeri dei report 2020 e 2019 “The state of European Tech” di Atomico, il 2019 si era chiuso con numeri record per gli investimenti in startup tech del Vecchio continente, che avevano raggiunto un valore di 38,6 miliardi di euro, di cui 16 miliardi di pertinenza del venture capital europeo. Nell’anno, che ha chiuso cinque anni di crescita esponenziale e che ha contribuito ad aumentare la fiducia sul valore delle nostre startup e della nostra tecnologia, sono nati 180 unicorni. Il Covid ha rischiato di abbattere quanto costruito fin qui, ma alla fine la casa non solo ha retto, ma è diventata potenzialmente indistruttibile. Le startup tecnologiche hanno abilitato il famoso salto digitale di dieci anni in otto settimane e sono riuscite a raccogliere più che nel 2019, 41 miliardi di euro.

Di questi 41 miliardi, il 17% è finito in società purpose driven-tech, per una quota di 6 miliardi. L’80% ha riguardato startup per cui il purpose non è uno degli aspetti incidentali, ma è il suo core business. In realtà, la crescita nel purpose driven ha seguito di pari passo quella generale degli investimenti in startup: negli ultimi cinque anni ben 20 miliardi sono fluiti in oltre 3mila round su società con questa struttura.

Tecnologia Usa vs Europa: vecchio contro nuovo?

C’è un altro dato, segnalato da Atomico, che indica quanto conti nel Vecchio continente la questione morale nel business. Analizzando i dati sui thread lanciati in Rete, si scopre che negli Stati Uniti la narrativa degli apocalittici della tecnologia è incentrata sulle big tech, sui loro fallimenti e rallentamenti in termini di puri affari. L’Europa invece è focalizzata sui temi della privacy, e in Rete esplodono le conversazioni su antitrust, etica e gig economy.

Se questo spiega come ragiona il fronte dei consumatori, c’è da dire che anche l’80% dei venture capitalist che investe in Europa afferma di valutare il potenziale impatto sociale e/o ambientale a lungo termine di un investimento, sia in fase di due diligence (nel 47% dei casi) sia nel corso del ciclo di vita dell’investimento. Quasi due terzi dei venture capitalist concordano inoltre sul fatto che negli ultimi dodici mesi sia evidente un’accresciuta attenzione per il potenziale impatto sociale o ambientale dei portafogli. Non è un caso dunque che uno startupper su cinque affermi che sia una priorità misurare l’impatto sociale e/o ambientale della propria azienda.

L’accelerazione digital e social impressa dalla pandemia

Come ha accelerato la digitalizzazione degli ecosistemi, la pandemia ha dato gas al trend nella corsa alla sostenibilità che era già osservabile nelle startup nel 2019. Dealroom ha calcolato che oggi sono 528 le società tecnologiche europee venture capital backed che rispondono a uno o più obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. La lotta al riscaldamento globale è quello che ha attratto anche i maggiori investimenti nel purpose driven-tech (11 miliardi dal 2016), seguito dalle energie rinnovabili, obiettivo che dal 2016 si è accaparrato 9,7 miliardi di dollari di investimenti.

I deal di questo genere sono in costante aumento ma contano meno del 5% del totale nel 2019, con Regno Unito, Francia e Germania in cima alla classifica delle nazioni che investono in maniera più “sostenibile” e l’Italia che si colloca al nono posto. Lo spazio di crescita è ancora enorme e sul connubio tra sensibilità ai temi di sostenibilità sociale e ambientale e innovazione si potrà costruire il vantaggio competitivo del futuro, per l’Europa e per l’Italia.

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