Vi saranno default sovrani per gli emergenti?

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Biagio Campo di Biagio Campo 5 Luglio 2010 | 10:00
Per Keith Gardner (Legg Mason) Argentina, Equador e Venezuela sono i paesi più a rischio. L’indipendenza delle banche centrali eviterà di compiere gli errori dell’Argentina.

Entrare in contatto con Legg Mason significa accedere ad alcune delle migliori competenze internazionali in tema di mercati finanziari e risparmio gestito, grazie a gestori capaci di sovraperformare nel lungo termine gli indici, ed una cura alle esigenze degli investitori, che spiegano i buoni risultati della casa guidata in Italia da Maurizio Ceron. La venuta in Italia di Keith Gardner, Head of Developing Market di Western Asset Management, società specializzata nel fixed income, appartenente al gruppo Legg Mason, ci permette di riflettere sul ruolo delle banche centrali e la stabilità economica dei paesi emergenti, nei quali il fondo Western Asset Emerging Markets Bond permette di prendere posizione.

“L’indipendenza raggiunta dalle principali banche centrali, alle quali è delegata la politica monetaria, è stato un elemento di estrema importanza per la stabilità macroeconomia di numerosi paesi emergenti; in particolare le diverse scelte a favore di tassi di cambio flessibili, e più in particolare l’adozione dell’inflation targeting, hanno permesso di controllare l’inflazione, anche a fronte di una crescita reale sostenuta”. In estrema sintesi l’inflation targeting è uno schema di politica monetaria che punta a stabilizzare l’aumento dei prezzi. Le prime nazioni ad adottarlo furono la Nuova Zelanda nel 1990, il Canada nel 1991, ed il Regno Unito nel 1992, ed i risultati furono da subito positivi. Lo schema prevede un annuncio esplicito da parte della banca centrale di un obiettivo di inflazione, che deve essere perseguito attraverso un costante controllo del tasso di inflazione, all’interno di un contesto di assoluta trasparenza, sulle decisioni prese da parte dell’autorità monetaria.
  
La bancarotta dell’Argentina, infatti, fu dovuta ad un errore nella politica del tasso di cambio, ancorato al dollaro statunitense, “ed ancora oggi lo scarso livello di indipendenza dell’autorità monetaria sudamericana rappresenta un grande rischio per l’economia nazionale; i continui trasferimenti di denaro da parte del sistema pensionistico e della banca centrale, a favore dell’amministrazione pubblica, permettono di ridurre il livello del deficit statale, una situazione che è tuttavia insostenibile”. Anche Ecuador e Venezuela “presentano delle situazioni poco virtuose, tuttavia considero piuttosto limitato il loro rischio di default; in particolare il Venezuela dispone di un debito ancora limitato, grandi riserve di petrolio e la volontà di non precludersi l’accesso al mercato internazionale dei capitali dichiarando bancarotta”. Restando in America Latina, al contrario, vi sono “nazioni quali Brasile, Colombia e Perù, che hanno un buon quadro macroeconomico”. 

Per le nazioni dell’Est Europa sarebbe molto importante riuscire ad entrare nell’Euro, tuttavia è difficile che siano in grado di rispettare i parametri imposti dall’Unione, che attualmente non riuscirebbero a soddisfare neanche buona parte delle nazioni”, tra cui l’Italia, “che aderirono alla moneta unica nel corso della prima fase”. 

Sull’area mediorientale Gardner è poco propenso ad investire; “il Kuwait è interessante, Dubai è un mercato con un certo spessore nel quale è possibile valutare di prendere delle posizioni, ma tralascio le altre nazioni della regione”, dove il settore del reddito fisso è poco sviluppato, l’Africa invece, sebbene non ancora pienamente matura, “ha fatto grandi progressi e potrà offrire soddisfazioni”, ma non bisogna dimenticare la problematica di “un sistema bancario non ancora in grado di gestire l’ingente quantità di liquidità che entra”, presente nei mercati di frontiera. 

Nel lungo periodo le valute locali dei paesi emergenti “dovrebbero apprezzarsi, seguendo quelli che sono i fondamentali dell’economia, in particolare punterei su Brasile, India, Indonesia, mentre sui singoli settori suggerirei infrastrutture e materie prime”.

Per finire, chiedendo quale fosse l’utilizzo degli etf e delle società di rating per i loro fondi, Gardner prima ha detto di non aver capito la domanda, ma poi si è corretto; “siamo asset manager, a cosa ci servono gli etf? Noi selezioniamo i singoli titoli e calcoliamo al nostro interno il merito di credito”, una risposta che ben chiarisce lo spirito di una casa prodotto come Legg Mason, che ha fatto della gestione attiva di qualità la propria attività.     
 

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