La comunicazione finanziaria

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di Biagio Campo 2 Maggio 2011 | 11:30
Le aziende italiane sono ancora poco aperte al mercato. ENI e Terna sono tra le imprese migliori nella comunicazione.

“Oggi una realtà quotata non può limitarsi a un confronto con la sola categoria degli investitori istituzionali o dei fondi di Private Equity, c’è un universo composto da piccoli azionisti retail, dall’opinione pubblica, dai media, dai dipendenti, dalla politica” che necessita di informazioni, questo il tema alla base del libro “La comunicazione finanziaria”, edito da Egea, scritto da Francesco Guidara, caporedattore di Class Cnbc in Italia e docente del corso di perfezionamento in giornalismo finanziario presso l’Università Statale di Milano.

L’obiettivo della comunicazione è quello di ridurre le asimmetrie informative tra le aziende e gli investitori. Alla comunicazione obbligatoria, disciplinata dalla legge e dai regolamenti dei mercati di negoziazione, “che vede nel bilancio la sua più celebre espressione”, si aggiunge quella volontaria, che se correttamente gestita rappresenta un vantaggio competitivo, in quanto capace di “favorire la formazione del prezzo di un titolo vicino ai valori fondamentali”.

Rispetto ad altri settori quello finanziario deve confrontarsi con una materia molto delicata e di non facile comprensione. Il quadro che emerge dal lavoro di Guidara evidenzia un ritardo del sistema italiano nel suo complesso, dovuto in gran parte alla struttura produttiva, nonostante la centralità dei risparmiatori retail in Borsa Italiana, che vede gli investitori istituzionali detenere solamente il 28% della capitalizzazione, contro l’81% del Regno Unito ed il 65% della media europea. “Il 95% delle imprese in Italia ha meno di 10 dipendenti” ed anche le società di media e grande dimensione storicamente hanno privilegiato, per la raccolta di capitali, il settore bancario, a scapito del mercato, elementi che inevitabilmente hanno portato ad un minor bisogno di apertura nei confronti dell’esterno.

La quotazione del capitale di rischio su un mercato regolamentato porta infatti ad un aumento delle informazioni da presentare al pubblico, che sebbene incrementi inevitabilmente i costi, presenta vantaggi in termini di risonanza; secondo Del Vecchio, fondatore di Luxottica, “per ottenere un risultato paragonabile a quello derivato dalla quotazione dell’azienda a Wall Street con una campagna pubblicitaria, sarebbero stati necessari dieci milioni di dollari all’anno”.

Nel nostro paese un prospetto informativo pesa una media di due chili, rispetto ai due etti del Lussemburgo e non sembra essere concepito per fornire le informazioni necessarie ai risparmiatori, ma per difendersi dagli avvocati; “l’ultimo aumento di capitale del gruppo UniCredit aveva un prospetto di 730 pagine, di cui 40 relative solo ai rischi legati all’operazione”.

Come spiega Luca Peyrano, responsabile dei mercati primari per il London Stock Exchange, uno dei numerosi personaggi di spicco menzionati nel corso del libro, “la comunicazione non va osservata come la fotografia di una fase puntuale della vita della società, ma lungo un percorso valutandola sulla base del tempo”. Il processo di apertura di un’azienda nei confronti del mercato è difficilmente reversibile e deve essere condotto mettendosi pienamente in gioco, non solo nelle circostanze positive. E’ fondamentale costruire, nel lungo periodo, un rapporto di fiducia con il mercato, cosa non sempre facile; “secondo alcuni analisti di banche d’affari americane c’è ancora poco da fidarsi delle società latine dal comunicato facile”. L’esperienza internazionale “ha insegnato a molte compagnie che la franchezza con gli investitori paga sempre nel medio e lungo termine”.
 
Sebbene le risorse intangibili rappresentino ormai circa il 75% del valore di mercato di un’impresa, una ricerca di PWC del 2006 evidenziava come nel nostro paese gli amministratori fossero poco propensi a fornire informazioni a riguardo. Allo stesso modo è limitata la comunicazione volontaria relativa alla sostenibilità, tema “affacciatosi sin dagli anni Trenta con le prime esperienze in Germania e Stati Uniti”, in quanto la metà delle aziende italiane non predispone documentazione specifica, come ad esempio il Bilancio Sociale. Tra le eccezioni positive troviamo Terna, “che ha visto crescere nel proprio capitale la quota degli investitori sostenibili, passata dal 2% del 2005 al 15% del dicembre 2009”.

A causa della natura del business, da molti osteggiata, le società petrolifere e finanziarie sono quelle che ancora oggi mostrano una maggiore apertura a livello informativo nei confronti dell’esterno; anche in quest’ottica leggiamo come, “tra le prime 100 imprese per capitalizzazione in Italia, nel 2010, ENI è risultata essere, per il terzo anno di fila, quella con la migliore comunicazione finanziaria online”.

Il libro, divertente e di facile lettura, riporta numerosi casi aziendali, dal braccio di ferro Generali-Algebris, all’estromissione di Porsche dal paniere M-Dax, per la scelta della casa automobilistica di non fornire la trimestrale, rappresentando una preziosa lettura sia per i risparmiatori, che si trovano ad avere una visione limitata della comunicazione finanziaria, che per gli addetti ai lavori, grazie alle numerose analisi riportate.

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