I grandi investitori

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Biagio Campo di Biagio Campo 14 Marzo 2012 | 09:00
Tradotto in italiano il best seller di Glen Arnold che spiega le strategie d’investimento, corredate da numerosi aneddoti professionali e personali, dei più grandi investitori del ventesimo secolo. Peter Lynch come portfolio manager del Fidelity Magellan Fund tra il 1977 e il 1990 raggiunse un tasso di rendimento annuo del 29,2%. Soros con il Quantum Fund dal 1969 al 1995 generò un rendimento medio annuo di circa il 35%.

Lo scorso ottobre è iniziato l’ambizioso progetto della Edoardo Varini Publishing, volto a coniugare il carattere divulgativo e della cultura nel settore dell’educazione finanziaria.

Uno dei primi libri pubblicati dalla casa di Pavia è “I Grandi Investitori, Lezioni di investimento dai master trader”, traduzione in italiano del celebre libro di Glen Arnold del 2010, dove vengono spiegate le strategie d’investimento di Benjamin Graham, Philip Fisher, Warren Buffett e Charles Munger, John Templeton, George Soros, Peter Lynch, John Neff ed Anthony Bolton

Il libro non si prefigge lo scopo di insegnare ai risparmiatori come replicare le strategie adottate dai master trader, ma di spiegare in maniera discorsiva come la metodologia all’investimento che ha consentito di sovraperformare i mercati nel secolo scorso sia più semplice di quello che si è portati a pensare.

“Malgrado l’unicità d’approccio sviluppata da ciascuno di questi grandi investitori, essi condividono una varietà di aspetti. Per meglio dire: il grado di similarità di talune idee è semplicemente stupefacente”. Tra i principi comuni ai 9 grandi investitori vi sono: essere più analisti aziendali che azionari, prepararsi debitamente, controllare le emozioni, continuità d’approccio, semplicità, imparare sempre dagli errori, fiducia in se stessi, ragionevole assunzione di rischio.

Nessuno dei grandi investitori sopra citati si riteneva particolarmente intelligente o pensava che fossero necessarie particolari predisposizioni logico/matematiche, a riguardo “Graham diceva che spesso l’investitore era il peggior nemico di se stesso. Il problema non è la mancanza d’intelligenza. Vi sono individui dall’intelligenza assolutamente ordinaria che pure sui mercati riescono benissimo, perché il loro temperamento ben si attaglia al processo d’investimento. Il grado di conoscenza finanziaria, la contabilità e la conoscenza del mercato azionario vengono dopo il controllo emotivo”. Lynch sottolineava come “in termini di QI, probabilmente i migliori investitori ricadono da qualche parte sopra l’ultimo dieci per cento e sotto il primo tre per cento. I veri geni, a parer mio, sono troppo attratti dalla speculazione teorica e vengono continuamente traditi dall’effettivo andamento del mercato azionario, che è quanto di più ordinario si possa immaginare”.

 
Un altro elemento comune è il non formulare previsioni sull’andamento dell’economia. In particolare Fisher osservava come “affidarsi su di esse è stupido. Il nostro attuale stato di conoscenza dell’economia è analogo a quello della chimica che avevano gli alchimisti. Talora (magari un anno su dieci), le cose possono diventare estreme e a quel punto una prospettiva macro può essere utile. La comunità finanziaria si prodiga sempre molto nel congetturare sul futuro economico. Ed è un vero peccato che una tale quantità di tempo ed energia vengano sprecate in questo modo. Si otterrebbero dei risultati di gran lunga migliori se invece di stare a formulare vane previsioni circa la direzione della globalità del mercato azionario ci si concentrasse sul posizionarsi in maniera avveduta su titoli solidi di aziende sottostimate”.
 
Tra gli investitori citati ha prevalso un orientamento al valore (value investing) nel processo d’investimento, ben sintetizzato dal concetto di margine di sicurezza, introdotto da Graham e ripreso da Buffet, Munger e Fisher, ovvero uno scostamento sufficientemente grande tra valore e prezzo.

Uno dei posti in cui Lynch amava più cercare muti-baggers erano i settori noiosi e sgraditi; settori che attiravano poco l’attenzione e che conseguentemente potevano essere pesantemente sottostimati. “Se tutto ciò che riguarda una compagnia sembra noioso (nome, attività e management) potrebbe essere che venga trascurata. L’ossimoro semplicemente non la vedrà finché un fiume di notizie non gli farà capire che è il momento di occuparsene. A quel punto anche la massa se ne occuperà, e l’azienda inizierà a diventare alla moda e sovraprezzata. È allora che potrete vendere i vostri titoli ai trend follower”.
Bolton “ritiene che i titoli in via di recupero, così come gli altri momentaneamente dimenticati, possano produrre i migliori utili, perché si tratta in realtà dell’opposto dell’accodarsi alla folla. Il mercato azionario porta le cose agli estremi. Il vostro lavoro, come investitore, è quello di avvantaggiarvi di questi eccessi.

 
Delicato il rapporto con i manager, Lynch diceva che “la compagnia ideale è quella che potrebbe condurre anche un idiota, perché a quel punto la sua forza sul mercato è tale da sopportare anche l’eventualità che un bel giorno un idiota vada a dirigerla”, al contrario gli altri investitori puntano ad aziende con un buon management.
 
In contrasto con la visione degli altri investitori del libro è l’approccio speculativo di Soros, di gran lunga la personalità più affascinante descritta.
Soros si considera anzitutto un filosofo ed ha saputo avvantaggiarsi dalla nozione secondo la quale l’equilibrio è una condizione temporanea. Gli operatori “nella loro condizione mentale necessariamente distorta dalla soggettività passano all’azione e questo muove i prezzi di mercato. Fin qui, tutto prevedibile: i dettami dell’economia classica vogliono che gli attori meno informati fraintendano e sbaglino, dal momento che i mercati non sono affatto perfetti, e per di più lo facciano tutti insieme, come una mandria. Il punto di vista di Soros è che quel che si verifica allorché i partecipanti al mercato si rendono conto dei loro errori non è un ritorno a un ipotetico equilibrio teorico (gli errori potrebbero anche essere il frutto di una semplice interrelazione di eventi casuali) bensì il ripercuotersi delle distorsioni di giudizio sui fondamentali, il trend prevalente in sé ne risulta alterato e simultaneamente anche la percezione dei partecipanti viene alterata rispetto al cambiamento nei fondamentali, fino a sortirne una sostanziale incertezza negli esiti, dal momento che la percezione determina il corso degli eventi e il corso degli eventi determina la percezione.

Per Templeton e Neff l’errore più grosso che può compiere un investitore è ritenere che “questa volta sia diverso”. È come “se ogni generazione credesse di assistere a una riscrittura delle regole economiche, tali per cui delle meravigliose aziende potranno crescere all’infinito. A quel punto gli investitori ci saltano sopra per cavalcare la nuova onda prima che sia troppo tardi per credere che questa volta è diverso”.

Che risultati ottennero i fund manager?

 
“Peter Lynch fu considerato il fund manager dalle migliori performance. Ottenne questo risultato come portfolio manager del Fidelity Magellan Fund. Tra il 1977 e il 1990 raggiunse un tasso di rendimento annuo del 29,2 per cento, trasformando in 13 anni un ipotetico capitale di 1.000 dollari in 28.000″. Soltanto due anni non riuscì a battere il mercato azionario statunitense. Il capitale gestito passò da 18 milioni di dollari a 14.000 milioni, facendo del fondo il più grande del mondo: quando Lynch si ritirò a 46 anni aveva più di un milione di sottoscrittori.
 
Con il Quantum Fund Soros dal 1969 al 1995 generò un rendimento medio annuo di circa il 35 per cento.
 
“Templeton, dalla fondazione del Templeton Growth Fund nel 1954, fino al suo ritiro dalla gestione di quel particolare fondo nel 1992, trasformò i classici 10.000 dollari allocati inizialmente nel fondo in 2 milioni di dollari, un ritorno annuale medio del 14,5 per cento. Se, nel corso di quel periodo, la stessa somma fosse stata investita in titoli domestici, la crescita dell’investimento sarebbe ammontata a 550.000 dollari, un rendimento annuale medio del 10,85 per cento”. Tra il 1954 e la sua morte, avvenuta nel 2008, un investitore che avesse versato 10.000$ nel TGF avrebbe visto il suo capitale crescere fino a 7 milioni di dollari.
 
Il Windsor Fund di Neff, tra il 1964 ed il 1995, offrì un ritorno del 5.546, 5 per cento, più che doppio a quello dello S&P 500. 
 
“Il Fidelity Special Situations di Bolton produsse per 28 anni, tra il 1980 ed il 2007, un rendimento medio del 19,5 per cento. Ciò significa un superamento dell’indice FTSE All-Share del 6 per cento l’anno. Un investimento di 10.000 sterline compiuto al lancio del fondo sarebbe valso, alla fine del 2007, 1.480.200 sterline”.
 
Per i risparmiatori replicare le strategie d’investimento dei 9 master trader citati nel libro è molto difficile, tuttavia ancora oggi è possibile affidare i propri risparmi a Warren Buffett, attraverso l’acquisto delle azioni della Berkshire Hathaway ed Anthony Bolton, sottoscrivendo il fondo Fidelity China Special Situations, mentre risulta più difficile con Soros, che solitamente investe unicamente il denaro di amici influenti.
 
 

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