La mente finanziaria – Economia e psicologia al servizio dell’investitore

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di Biagio Campo 19 Marzo 2012 | 09:00
A differenza di quanto si è soliti credere numerosi errori e comportamenti sbagliati non sono una peculiarità degli investitori italiani. Per capire e quindi poter operare con successo sui mercati finanziari è fondamentale la conoscenza della psicologia.

Edito da Il Mulino “La mente finanziaria” spiega, attraverso richiami alle più importanti ricerche condotte in ambito internazionale e con numerosi esempi tratti dall’operatività sui mercati finanziari, i comportamenti e i principali errori compiuti dagli investitori.

Il libro scritto da Riccardo Ferretti, Enrico Rubaltelli e Rino Ruminati rappresenta un punto di riferimento per lo studio della finanza comportamentale, disciplina sempre più importante per capire l’andamento dei mercati finanziari.
 
La figura dell’investitore razionale, tanto cara all’economia classica, che punta a massimizzare l’utilità attesa non trova riscontro con la realtà. Limitazioni cognitive, difficoltà ad interpretare i dati, costi associati al reperimento ed all’elaborazione delle informazioni, una maggiore infelicità associate alle perdite rispetto ad una vincita di uguale valore, portano l’investitore ad essere in balia delle emozioni e compiere scelte sbagliate.
 
Come evidenziato dal Rapporto BNL/Centro Einaudi “il tempo dedicato settimanalmente alla raccolta di informazioni utili a decidere come investire i risparmi è molto scarso: niente per il 40,6% degli intervistati, 1 ora per il 38,5%, 1-2 ore per il 10%, 2-4 ore per il 3,9%, 4-6 ore per l’1%, oltre per lo 0,2%, non sa giudicare il 5,9%. La minoranza virtuosa che dedica più di 1 ora alla settimana è prevalentemente composta di maschi, età 50-59 anni, laureati e diplomati, residenti nel Sud e nelle Isole, titolari dei redditi più alti e multibancarizzati”.
Il canale primario di “informazioni finanziarie del risparmiatore italiano continua ad essere la banca, indicata da oltre il 50% dei rispondenti”, nonostante il frequente conflitto di interesse presente, “seguono gli amici e i parenti (11,5%), la carta stampata (9,2%), il promotore finanziario (8,1%), la posta (4,6%), la TV (3,5%) ed Internet (3,3%)”.
 
La difficoltà nell’interpretare i prodotti finanziari rimane elevata, “il 68% degli intervistati giudica le informazioni sui fondi comuni poco o per nulla chiare, una percentuale che scende al 47% nel giudizio delle informazioni sulle polizze vita”, che ancora oggi rimangono “meno trasparenti dei fondi comuni”. Gli investitori infatti “confondo la chiarezza con la sicurezza percepita”.
 
Con riferimento alla frequenza con la quale i risparmiatori verificano il proprio portafoglio azionario emerge una visione di breve periodo, in contrasto con la tipologia dello strumento finanziario, nelle fasi di rialzo dei mercati, ed una tendenza a trascurare i propri investimenti nei periodi di ribasso.
 
Una ricerca condotta da Benjamin, Brown e Shapiro nel 2006 ha osservato “una relazione significativa tra abilità cognitive e probabilità di accumulare capitale e che quelli con abilità cognitive superiori tendono a partecipare di più al mercato azionario”. Già nel 2003 Kezdi e Willi, analizzando i dati dell’Health and Retirement Survey, raccolti dal 1992 e il 2000, avevano mostrato che “le persone con un maggiore quoziente d’intelligenza partecipano maggiormente al mercato azionario”. Le abilità cognitive diminuiscono con l’età “tuttavia l’esperienza consente di ridurre i limiti dell’invecchiamento e permette agli investitori più anziani di ottenere risultati migliori rispetto a quelli dei giovani e meno esperti”. 
 
Le azioni nel lungo periodo infatti sono state in grado di creare ricchezza. Ad esempio “negli Stati Uniti, dal 1900 al 2000, il rendimento medio geometrico annuo delle azioni è stato del 10,1%, contro il 4,8% dei titoli di stato a lungo termine e il 4,1% di quelli a breve termine, mentre la deviazione standard è stata rispettivamente del 20%, 10% e 5%”.  Dal 1900 al 2005 le azioni USA hanno sempre prodotto un rendimento reale positivo se mantenute per circa 17 anni.
I crolli di borsa causati dalla crisi dei mutui subprime hanno ridotto ma non eliminato la superiorità delle azioni rispetto alle obbligazioni. Una ricerca di Mediobanca evidenzia come 100 euro investiti nel listino italiano alla fine del 1928 sarebbero diventati, ad aprile 2009, 227,5 euro al netto dell’inflazione, pari ad un rendimento reale annuo dell’1%, mentre i BOT avrebbero portato, nello stesso periodo, ad una rendimento reale annuo del -3,2%, ovvero al netto dell’inflazione a 7,1 euro.  
 
Scarse conoscenze di matematica, ma non solo, sono alla base di numerosi errori.
Tra questi vi è l’illusione monetaria, ovvero la tendenza a ragionare in termini di valore nominale senza tenere in considerazione l’inflazione, si trascura di considerare le correlazioni tre le attività finanziarie, si misura scorrettamente la propria ricchezza finanziaria e quindi la capacità di assumersi rischi, si pecca di eccessiva fiducia nelle informazioni a disposizione, si stimano le probabilità da assegnare ai rendimenti aleatori in modo approssimativo.
L’errore più grave, compiuto non solo dai risparmiatori ma anche “da studenti di corsi MBA e operatori finanziari” è l’idea secondo la quale “dai titoli considerati più rischiosi ci si aspetta un rendimento inferiore a quello atteso dai titoli meno rischiosi, in netta contraddizione con quanto ipotizzato dalla teoria finanziaria”. Come dimostrato da Shefrin e Statman nel 1999 e da Ganzach nel 2000, gli stessi analisti finanziari “non valutano i titoli azionari in termini di rischio e rendimento ma sulla base del loro atteggiamento generale nei confronti dei titoli stessi”. 
 
Per capire e quindi poter operare con successo sui mercati finanziari è fondamentale la conoscenza della psicologia.
Perdere 50 euro induce un dispiacere superiore rispetto al piacere suscitato dal fatto di guadagnare 50 euro. Allo stesso modo, dover rinunciare a un oggetto che già si possiede, crea un dispiacere maggiore rispetto al piacere indotto dal ricevere quello stesso oggetto”, in termini monetari è valutata circa il doppio del valore che viene assegnato allo stesso oggetto da chi non lo possiede.
Più che di avversione al rischio sarebbe corretto parlare di avversione alle perdite.
Per questo “gli investitori hanno la tendenza a non vendere un titolo che sta perdendo, anzi più passa il tempo e più fanno fatica ad accettare di venderlo”, mentre sono portati a liberarsi rapidamente dei titoli in cui sono in guadagno.  
Combinazioni di entità positive e negative producono valutazioni che sono più negative della somma algebrica dei valori soggettivi delle stesse entità considerati individualmente, distorsione che porta al cosiddetto fenomeno di contabilità mentale, ovvero le persone hanno una visione distorta dell’andamento del proprio portafoglio in quanto invece di valutare l’andamento complessivo, tendono a focalizzare la propria attenzione sui risultati dei singoli titoli. Solo il 33% degli investitori giudica la performance complessiva della propria ricchezza.
 
Anche negli investimenti le emozioni rivestono un ruolo fondamentale, come dimostrato da Alhakami e Slovic, in particolare per quanto riguarda la disponibilità ad assumersi un determinato rischio; “se le loro reazioni emotive sono di segno positivo gli individui saranno propensi a ritenere che i rischi sono bassi e i benefici elevati”.
 
Il libro è ricco di curiosità. “I maschi scelgono portafogli più rischiosi rispetto alle femmine”, mentre coloro che sono sposati puntano su portafogli più rischiosi rispetto ai single”; analizzando i trader di Londra si è osservato che coloro che hanno “un dito anulare più lungo ottengono rendimenti migliori e restano attivi sul mercato per un numero di anni maggiore”.
 
A differenza di quanto si è soliti credere numerosi errori e comportamenti sbagliati non sono una peculiarità degli investitori italiani, ma sono comuni ai colleghi europei e statunitensi, sebbene in Italia, nonostante un maggiore livello di risparmio e ricchezza finanziaria del settore privato a fine 2008 risultava che “solo il 7% delle persone deteneva azioni”, rispetto al 15% della Francia e al 30% del Regno Unito, “con un peso sulla ricchezza finanziaria complessiva del 6,8% (era il 10,5% a fine 2007), mentre le obbligazioni corporate pesano per il 12,5% (era il 15,2% a fine 2007)”. 
 

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