Investire sulle aziende che comunicano apertamente conviene

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di Biagio Campo 4 Gennaio 2013 | 09:00
Le imprese che mantengono un atteggiamento di apertura nei confronti del mercato ottengono capitali e finanziamenti ad un costo inferiore…

La comunicazione economico finanziaria, scritto da Elisa Giacosa, docente di Economia Aziendale presso l’Università degli Studi di Torino, edito da Giappichelli Editore, fa luce tra i delicati rapporti che si instaurano tra azienda e mondo esterno.

“Comunicare significa trasmettere un messaggio ad un determinato pubblico mediante un canale di trasmissione. A tal fine, l’azienda deve effettuare un processo di scelta, in relazione al destinatario, al contenuto da comunicare, allo strumento da impiegare ed a quello che il destinatario deve usare in fase di ricezione”. La scelta degli elementi essenziali della comunicazione deve essere coerente con l’obiettivo che l’azienda vuole raggiungere attraverso quel messaggio. “Si tratta di una decisione articolata, in quanto il processo comunicativo è volto a trasmettere ai destinatari non soltanto un mero contenuto, ma anche un’idea, un’opinione e dei valori dell’impresa, in relazione ai quali essa ricerca il consenso da parte dei suoi interlocutori”.

L’attività di comunicazione aziendale può essere intesa come un tassello fondamentale nell’ambito della gestione strategica dell’azienda. Infatti, “essa facilita l’approvvigionamento dei fattori produttivi, attirando le migliori risorse umane ed ottenendo quelle materiali/finanziarie a condizioni più economiche, incrementa la fiducia della clientela e crea un effetto validazione della propria attività”.
L’azienda pone in essere delle relazioni con una serie di interlocutori o stakeholder. Nell’ambito di tali relazioni, essa deve saper comunicare le proprie capacità, far apprezzare le competenze distintive possedute, in particolare le core competencies, la sua politica comunicativa non deve nascondere, ingannare o far apparire una situazione diversa da quella reale, nell’ottica della massima trasparenza. L’attività comunicativa non si limita a convalidare la presenza aziendale nel suo contesto generale sotto il profilo economico; essa è volta anche a legittimare la funzione sociale dell’azienda.

Data la rilevanza della dimensione relazionale tra l’impresa ed il suo ambiente, per ogni categoria di interlocutore l’azienda produce un flusso informativo distinto; in particolare, è possibile delineare le seguenti tipologie di comunicazioni, senza la presunzione di ragionamenti in compartimenti stagni. Si genera quindi una comunicazione commerciale, economico-finanziaria e socio-ambientale.

“Per lungo tempo il processo di comunicazione economico-finanziaria veniva considerato dalle imprese soltanto un obbligo derivante da un’imposizione fiscale o normativa; ad esso, si tentava di rispondere con un atteggiamento di estrema riservatezza e di minima trasparenza”.  Alcuni studi hanno evidenziato la relazione esistente tra l’entità dell’informativa volontaria ed il grado di reputazione dell’azienda: al crescere dell’informativa, la reputazione sul mercato si incrementa.

L’informativa volontaria ha un effetto benefico sia sull’azienda che la produce sia sugli interlocutori portando una riduzione del costo del capitale di rischio e dei finanziamenti ottenuti, oltre ad un aumento della liquidità delle azioni che portan con sé una riduzione della differenza tra prezzi richiesti dal venditore dei titoli e prezzi offerti dal compratore. Inoltre, essa arreca un miglioramento delle previsioni effettuate dagli analisti finanziari, riducendo la volatilità dei titoli quotati. Inoltre vi è un effetto positivo sui singoli manager, in quanto la comunicazione concorre a mettere in evidenza la bontà dell’operato dello stesso; si crea un effetto benefico sulla propria immagine e sull’entità del proprio compenso.

Le società italiane hanno dimostrato, nel tempo, una sorta di reticenza nel fornire una full disclosures”. Ciò è intensificato dal fatto che l’apertura del capitale al mercato è limitato. Il tessuto italiano è costituito, infatti, da un 95% di imprese con meno di dieci dipendenti, con una forte diffusione del fenomeno delle imprese familiari. Molte delle principali aziende italiane non sono quotate: si pensi a Ferrero, Barilla, Armani, Esselunga. La capitalizzazione delle aziende quotate in borsa sul prodotto interno lordo è alquanto basso, se confrontata con quella di altri Paesi europei: in Italia, tale rapporto è pari al 25%, in Germania esso è al 32%, in Spagna è del 71% e in Gran Bretagna del 93%.

L’informazione deve essere utile in relazione ai costi generati dalla sua raccolta o produzione”. A differenza di altri beni economici, la maggior parte dei costi di produzione dell’informativa è a carico dell’azienda che la produce, mentre a beneficiarne, oltre all’azienda, vi sono anche gli utilizzatori, i quali costituiscono i destinatari del processo informativo. Sottoporre l’informativa volontaria ad un controllo esterno, ossia di certificazione, è una procedura molto costosa per le imprese, per questo è fondamentale che l’azienda mantenga nel corso degli anni un atteggiamento di correttezza, facilitando la verifica esterna dei dati rispetto ai comportamenti gestionali assunti. Inoltre, è indispensabile che l’informativa volontaria accresca il bagaglio informativo degli interlocutori, creando un’utilità per gli stessi.

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