Tempo di libri, ecco “La rivoluzione della lattuga”

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di Biagio Campo 7 Maggio 2013 | 08:00
I progressi dell’agricoltura in città possono rappresentare uno sviluppo economico sostenibile. Parola della giornalista Franca Roiatti.

Scritto da Franca Roiatti, giornalista di Panorama, “La rivoluzione della lattuga”, edito da Egea, illustra l’affermarsi a livello mondiale di un nuovo modello di agricoltura in città, sulla necessità dei cittadini di riscoprire il legame con la terra e la produzione di cibo, che offre numerose esternalità positivi a livello ambientale e sociale.

Un grafico pubblicato dal New York Times nel 2009 mostrava chiaramente come negli ultimi trent’anni il prezzo di birra, burro e bibite gassate negli USA è diminuito, nonostante l’inflazione. Il prezzo dei prodotti freschi, non facilmente reperibili in vaste zone delle città degli Stati Uniti invece, è aumentato anche del 50 per cento.

Per nutrirci spendiamo una percentuale bassissima del reddito, semplicemente perché il resto lo paga la Terra. Sullo scontrino non compaiono mai tutte le voci di spesa, la conta delle risorse impiegate o distrutte per avere la bistecca, le merendine o le banane. Se fossero conteggiate forse non ce le potremmo permettere. In realtà molti segnali ci stanno dicendo che già non possiamo più. La Terra è in affanno e la capacità produttiva dei nostri campi non è più quella che ha accompagnato la Rivoluzione Verde del XX secolo”.

Eppure ci attende un sfida importante, sfamare un mondo sempre più popoloso, una sfida che il nostro modello di agricoltura, totalmente dipendente dal petrolio e ha potuto svilupparsi in questo modo proprio grazie al basso costo del greggio. “Ogni caloria che mangiamo ne contiene 10 di combustibili fossili. Il consumo di energia comincia con la produzione dei fertilizzanti, prosegue sul campo dove si usa petrolio per far viaggiare trattori, o azionare gli impianti di irrigazione. Continua oltre il raccolto con la trasformazione, lo stoccaggio, la refrigerazione, per finire con il trasporto del cibo”.

Il 10-12 per cento del totale dei gas serra immessi nell’atmosfera proviene dall’agricoltura. Il calcolo, però, si ferma al portone delle fattorie e soprattutto non tiene conto dei danni derivanti dall’abbattimento delle foreste (che divorano anidride carbonica) per far posto alla soia in Brasile, o alla palma da olio in Indonesia e Malesia. Se includiamo anche quelli, la quantità di CO2 generata da ciò che mettiamo nel piatto (e dal modo in cui lo facciamo) raddoppia.

Nel 1960 c’erano circa 4500 metri quadrati i terra arabile (0,45 di ettaro) pro capite, si calcola che nel 2050 saranno scesi a 1800 metri quadrati. La FAO calcola che per nutrire il mondo nei prossimi 40 anni sarà necessario aumentare la produzione di cibo di almeno il 70 per cento.

“In Africa l’agricoltura familiare con tutti i suoi limiti riesce ancora a sfamare la maggior parte del continente. Nelle città africane e asiatiche larghe fasce della popolazione più povera riesce a procurarsi da mangiare e da vivere, coltivando angoli di terra, allevando galline e facendo ricorso ai saperi ereditati dalla campagna”.

Alcune stime suggeriscono che gli orti cittadini hanno una resa potenziale che si aggira tra 50 e i 60 chili al metro quadrato. La Columbia University ha provato a fare i conti di quanto sarebbe possibile produrre a New York: la città dispone di circa 2000 ettari, tra tetti, e giardini, potenzialmente utilizzabili per la coltivazione. Sufficiente, conclude lo studio, a sfamare all’incirca 174 mila degli 8 milioni di abitanti della Grande Mela.

Il libro presenta le numerose iniziative di successo sviluppatesi ad Amsterdam, Berlino, Londra, Los Angeles, New York (dove si contano più di 300 fattorie cittadine), Parigi, Toronto, ma anche a Milano, Roma, Torino e Bologna, in tema di coltivazione e distribuzione del cibo in città, a dimostrazione di come un modello che attualmente ha ottenuto pochi incentivi economici da parte delle rispettive amministrazioni possa rappresentare un concreto modello di sviluppo sostenibile dal punto di vista  economico, ambientale e sociale.

La crescente offerta di fondi comuni che investono in società attive nel settore agricolo dimostra il grande interesse che il settore agricolo offre anche dal punto di vista finanziario. 

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