La passione per gli immobili? E’ dovuta al piacere di averli

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Avatar di Redazione 28 Luglio 2014 | 07:47
Un lettore si chiede per quale motivo gli italiani tendano a sovrappesare gli investimenti in termini di immobili posseduti.

LA LETTERA – Noto che spesso gli investimenti dei lettori che le scrivono sono sovrappesati in termini di immobili posseduti (è anche il mio caso, ne sono consapevole), e invece spesso hanno poco coperto il rischio assicurativo personale (ed è anche questo il mio caso). Noto anche che nelle risposte comunque considera i fattori “affettivi” che comportano il lasciare un immobile in cui magari si è vissuto per lunghi anni. Oltre al fatto che in Italia la casa è stata poco tassata fino a non molto tempo fa e che il tasso di possesso di prima casa è ai più alti livelli mondiali, il bene immobiliare è uno dei pochi investimenti che ti permette di godere un bene tangibile con rischi limitati.
Mi spiego con un esempio con numeri ovviamente inventati. Sarà anche più corretto avere una asset allocation con 400mila Euro di BTP e una casa da 150 mila Euro, ma vuoi mettere la soddisfazione invece di avere un po’ meno BTP ma una casa al mare, anche se ci vai solo 7 giorni all’anno e ti costa più di IMU che se trascorressi quella settimana in Hotel? Voglio dire, è più piacevole vedere il frutto concreto dei tuoi risparmi che un rendiconto bancario annuale in cui il tuo patrimonio si è incrementato del 3 %.
Certo, l’efficienza, l’efficienza, ma a un certo punto, chi se ne importa…. Ci sarebbero altri asset che permettono una cosa simile, ma molto più complessi, vedi l’arte oppure i diamanti. Mi piacerebbe capire se è possibile stimare in qualche modo un tasso di “inefficienza” piscologica media di cui gli italiani si fanno carico per il motivo sovraesposto.
Giuseppe Zorzi

RISPOSTA – Gli immobili sono il regno delle distorsioni cognitive degli investitori e per questo una delle aree più studiate della finanza comportamentale, proprio perché come dice lei il loro possesso non è dovuto solamente a ragioni economiche, ma spesso a motivazioni psicologiche ed emotive.

Per leggere l’articolo completo di Marco Liera cliccate qui.

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