Quantitative easing, la Fed non stampò moneta

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di Biagio Campo 26 Gennaio 2015 | 08:21
Le numerose inesattezze affermate in merito al QE effettuato dalla Fed necessitano un chiarimento sull’effettivo operato della banca centrale statunitense.

PERCHE’ LA FED FECE RICORSO AL QE – A dicembre del 2008 negli Stati Uniti la politica monetaria convenzionale aveva esaurito la sua efficacia. Non era possibile tagliare nuovamente il tasso sui federal funds, eppure l’economia necessitava di ulteriore sostegno, perché nel 2009 era in atto una rapida contrazione, per questo la Fed fece ricorso a una politica monetaria meno convenzionale con l’acquisto di titoli su larga scala attraverso il large-scale asset purchases (Lsap), più comunemente noto come quantitative easing. Come suggerito dai monetaristi, per influenzare i tassi di interesse a lungo termine, creando quindi un effetto di stimolo sull’economia, la Fed ha iniziato ad acquistare buoni del Tesoro statunitense (Treasury) e mortgage-backed securities (Mbs) di Fannie Mae e Freddie Mac. La banca centrale ha condotto due tornate di quantitative easing, la prima annunciata nel marzo 2009 e la seconda nel novembre 2010, che hanno incrementato gli attivi della Fed di oltre 2000 miliardi di dollari.

LA FED DETIENE SEMPRE UN VOLUME CONSISTENTE DI TREASURY
– Come spiega lo stesso Ben S. Bernanke nel corso di un seminario tenuto presso la George Washington University nel marzo 2012, ripreso nel libro “La Federal Reserve e la crisi finanziaria”, edito da il Saggiatore, “a scanso di equivoci, è bene rammentare che persino in circostanze normali la Fed detiene sempre un volume consistente di buoni del Tesoro. Prima della crisi il valore dei titoli del Tesoro iscritti a bilancio ammontava a oltre 800 miliardi di dollari: non si deve pensare, quindi, che gli acquisti siano iniziati con il quantitative easing”.

CONTI DI RISERVA
– I 2.000 miliardi di dollari che la Fed ha versato per l’acquisto dei titoli sono stati pagati “con l’accredito delle somme corrispondenti sui conti bancari degli investitori che li hanno venduti. Questi conti bancari figurano come riserve che le banche detengono presso la Fed in appositi conti di deposito (detti conti di riserva)”, pertanto “l’ammontare di banconote in circolazione non è stato influenzato dai programmi di quantitative easing”, chiarisce Bernanke.

POLITICA FISCALE E POLITICA MONETARIA – Molti continuano a confondere la politica fiscale e la politica monetaria. “Gli acquisti di titoli effettuati dalla Fed nell’ambito dei programmi di Lsap o quantitative easing non costituiscono una forma di spesa pubblica, perché non comportano un esborso monetario definitivo. I titoli acquistati presto o tardi vengono rivenduti sul mercato, con il ricavo del valore corrispondente. A ben vedere, la Fed guadagna un interesse sui titoli che detiene in portafoglio e quindi realizza un profitto sulle operazioni di Lsap. Negli ultimi tre anni abbiamo trasferito circa 200 miliardi di dollari di tali profitti al dipartimento del Tesoro, che li ha impiegati per ridurre il deficit. Pertanto queste operazioni non provocano un aumento del disavanzo pubblico, ma piuttosto una sua diminuzione”. Cosa garantisce che gli investitori saranno disposti a riacquistarli i titoli nel bilancio della Fed? “Disponiamo in sostanza di tre strumenti per attuare un rientro dalle politiche espansive, ognuno dei quali, individualmente considerato, sarebbe di per sé sufficiente, ma che nel loro insieme ci assicurano ampi margini di manovra”.

TRE STRUMENTI A DISPOSIZIONE – Il primo di questi strumenti è il tasso d’interesse corrisposto sulle riserve che le banche detengono presso la Fed. Per attuare un inasprimento monetario, la banca centrale può pagare alle banche un interesse più elevato”. “La seconda possibilità è ricorrere ai cosiddetti strumenti di drenaggio. Fondamentalmente, ci sono diversi modi per drenare riserve dal sistema bancario e sostituirle con altri tipi di passività, lasciando invariato l’ammontare complessivo del nostro attivo di bilancio”. “Come terza e ultima opzione, possiamo aspettare che gli attivi giungano naturalmente a scadenza oppure venderli”, afferma Bernanke.

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