Le false credenze del capitalismo

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Biagio Campo di Biagio Campo 9 Marzo 2015 | 08:43
In un libro, diventato best seller internazionale, un eccentrico autore coreano svela le false credenze sul capitalismo ancora oggi presenti.

UN LIBRO DA LEGGERE – Il successo internazionale dello splendido libro “23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo”, edito da il Saggiatore, scritto da Ha – Joon Chang, si è diffuso anche in Italia. L’autore coreano, molto apprezzato da Nassim Taleb, celebre scrittore de “Il Cigno nero”, forte della sua formazione di ampio respiro riflette su numerose false credenze del capitalismo.

23 FALSI MITI – Tra i 23 falsi miti svelati vi è l’analisi che il telegrafo ha ridotto i tempi di trasmissione dei dati più di internet.
“Poco prima dell’avvento del servizio telegrafico intercontinentale (correva l’anno 1866), perchè un messaggio giungesse dall’altra parte dell’oceano ci volevano tre settimane, il tempo necessario per attraversare l’Atlantico in barca a vela. Anche viaggiando ad alta velocità con le navi a vapore (che non si diffusero fino al 1890) bisognava calcolare almeno due settimane (allora il record delle traversate era di otto-nove giorni). Con il telegrafo, il tempo di trasmissione per un messaggio di, poniamo, 300 parole fu ridotto a 7-8 minuti. Una riduzione di tempo da due settimane a 7 minuti e mezzo significa un aumento della velocità di 2500 volte. Internet invece ha ridotto il tempo di trasmissione di un messaggio di 300 parole dai 10 secondi del fax a, diciamo, 2 secondi, pari a 5 volte”.

Le nazioni oggi ricche, nonostante le politiche liberiste consigliate ai paesi in via di sviluppo, hanno usato il protezionismo per crescere, ad eccezione di Olanda, Svizzera ed Hong Kong. “Praticamente tutti i ricchi paesi di oggi si sono valsi del protezionismo e dei sussidi governativi per promuovere le industrie nascenti. Molti di loro (specialmente Giappone, Finlandia e Corea) hanno severamente limitato gli investimenti stranieri. Nel Novecento, tra gli anni trenta e ottanta, la Finlandia classificava ufficialmente tutte le imprese a capitale straniero superiore al 20 per cento come pericolose. Altri paesi (soprattutto Francia, Austria, Finlandia, Singapore e Taiwan) utilizzarono le imprese statali per sviluppare industrie chiave. Singapore, famoso per le politiche liberiste e per gli atteggiamenti favorevoli verso gli investitori stranieri, genera più del 20 per cento della sua produzione con industrie statali, mentre la media internazionale è intorno al 10 per cento. Ne si può dire che i paesi ricchi di oggi abbiano protetto (bene) i diritti sulla proprietà intellettuale estera: in molti di essi era legale brevettare l’invenzione di qualcun altro, a patto non fosse straniero”.

ISTRUZIONE E PRODUTTIVITA‘ – Un maggior livello di istruzione non porta ad un aumento della produttività, come dimostra l’esempio della Svizzera, paese tra i più ricchi e più industrializzati del mondo, ma sorprendentemente con il tasso d’immatricolazione universitaria di gran lunga il più basso del mondo sviluppato: fino agli inizi degli anni novanta appena un terzo della media degli altri paesi ricchi, e dal 1990 al 1996 meno della metà della media OCSE. “Da allora la Svizzera ha aumentato considerevolmente il suo tasso portandolo al 27 per cento nel 2007 (dati UNESCO), tuttavia rimane ancora il più basso tra i paesi ricchi con molte università, come Finlandia (94 per cento), Stati Uniti (82 per cento) e Danimarca (80 per cento)”. La spiegazione principale “del paradosso svizzero è da ricondurre al basso contenuto di produttività dell’istruzione”. Nel caso dell’istruzione universitaria “la componente non produttiva non consiste tanto nell’insegnamento di materie che rafforzano la realizzazione personale, il senso civico e l’identità nazionale delle persone, come nell’istruzione primaria e secondaria, quanto in ciò che gli economisti chiamano funzione di selezione. L’insegnamento universitario, naturalmente, impartisce si nozioni relative alla produttività, ma soprattutto determina la posizione di ciascuno nella gerarchia lavorativa”.

UNA SOCIETA’ INDUSTRIALE – Ancora oggi viviamo in una società industriale. E’ “la diminuzione relativa dei prezzi dei prodotti industriali, dovuta al più rapido aumento della produttività del settore manifatturiero rispetto a quello dei servizi, la forza trainante del processo di deindustrializzazione”. Per coloro che ritengono auspicabile lo sviluppo di un paese basato sui servizi, l’autore sottolinea che “i servizi sono meno esportabili ed è probabile che i paesi specializzati nel terziario abbiano squilibri nella bilancia dei pagamenti più seri rispetto a quanti si specializzano nell’industria”. Inoltre, nelle nazioni maggiormente ricche, l’industria continua a rivestire un peso rilevante. “In termini pro capite la Svizzera ha il prodotto industriale più alto del mondo (in genere viene dopo il Giappone, a seconda dell’anno e del tipo di statistiche considerati). Anche Singapore è tra le cinque economie più industrializzate del mondo (sempre in termini di valore aggiunto industriale per addetto), Finlandia e Svezia completano il quintetto delle prime cinque”.

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