Voluntary disclosure, il peso dell’Iva

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Aliquota unica o media? Anche da questo dipende la convenienza del rimpatrio

Andrea Giacobino di Andrea Giacobino1 giugno 2015 | 06:00

IL FATTORE IVA – Sulla convenienza della procedura di “voluntary disclosure” c’è un fattore da non trascurare: il peso dell’Iva, tenuto conto che a seconda delle operazioni di rimpatrio è possibile riferirsi a un’aliquota unica o a un valore medio. In particolare, nella sezione V, comma 4, del modello della “voluntary disclosure” deve essere indicato, anno per anno, il maggior imponibile ai fini dell’imposta sul valore aggiunto. Non è però automatico che sia dovuta l’imposta con aliquota ordinaria sui maggiori imponibili. Possono darsi, infatti, situazioni molto differenti tra loro, con effetti diametralmente opposti anche per ciò che riguarda il costo dell’Iva della procedura.

LE SITUAZIONI POSSIBILI – La situazione più diffusa riguarda certamente il contribuente che quando presenta la “voluntary disclosure” ha solo operazioni soggette ad un’aliquota: tale sarà perciò la percentuale da applicare al maggior imponibile oggetto di regolarizzazione col fisco. Il quadro è diverso se gli imponibili oggetto di “voluntary disclosure” sono da ricondursi all’attività ordinaria del contribuente, ma questa contempla l’applicazione di aliquote differenti. In tal caso sui maggiori imponibili oggetto di regolarizzazione è dovuta l’Iva calcolata adottando l’aliquota media che emerge dalle dichiarazioni relative all’anno interessato.


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