Promotori, la lezione Vanguard-Pimco

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Nella scelta di un investimento le performance sono importanti, ma i costi lo sono anche di più. E se anche in Italia arrivano i robo-advisor…

Andrea Giacobino di Andrea Giacobino15 giugno 2015 | 06:00

Circa un anno fa bluerating.com iniziò a scrivere che a Newport Beach, California, Allianz aveva un problema. Il colosso assicurativo tedesco, infatti, detiene il controllo della grande casa di gestione Pacific Investment Management Company, meglio nota come Pimco. Il gruppo di asset manager è uno dei protagonisti mondiali del settore e la sua fama si deve al Total Return, che nell’aprile del 2013 era diventato il più grande fondo obbligazionario del mondo con attivi pari a 293 miliardi di dollari. I magazine finanziari e i quotidiani finanziari italiani non si erano accorti che Pimco, nella fattispecie del megafondo, cominciava a rischiare grosso.

Il Total Return, infatti, ideato e gestito dal “guru” Bill Gross, money manager dal forte ego e amante dello yoga, registrava performance negative dovute a scommesse sbagliate sui tassi d’interesse che si traducevano una serie costante di raccolta negativa mese su mese, tanto che i riscatti assumevano contorni sempre più preoccupanti. Alla fine del settembre 2014 Gross fu dimissionato in malo modo da Pimco e solo allora anche gli altri media italiani iniziarono ad accorgersi di ciò di cui bluerating.com parlava da mesi. Ora è accaduto quello che nessuno si aspettava. Archiviati i dati di raccolta dello scorso aprile, infatti, abbiamo scoperto che il Total Return non è più il maggior fondo obbligazionario del mondo. Lo storico sorpasso si deve al Total Bond Market Index Fund, che detiene asset under management per 117,3 miliardi di dollari rispetto ai 110,4 miliardi del prodotto di casa Pimco. Il nuovo fondo-re è di Vanguard, casa americana di gestione ancora non presente in Italia. È gestito dal quarantenne Joshua Barrickman, un money manager tanto schivo quanto Gross era amante delle luci della ribalta.

Un confronto tra i due fondi è illuminante. Iniziamo dalla performance: fotografando la situazione all’inizio dello scorso maggio, il fondo di Pimco ha reso quest’anno l’1,36% (quello di Vanguard lo 0,94%) rispetto allo 0,91% dell’indice Barclays US Aggregate Bond; a tre anni ha guadagnato il 3,24% (quello di Vanguard il 2,44%) rispetto al +2,54% dell’indice. Un fondo ben gestito, quindi. E tuttavia questo non è bastato a fermare la disaffezione degli investitori. Perché? Per rispondere passiamo a esaminare i costi dei due prodotti. Il Total expense ratio (Ter) del fondo Pimco è dello 0,46%: cioè l’investitore paga al gestore 46 dollari ogni 10.00 investiti. Il Ter del fondo Vanguard è solo dello 0,07%: 7 dollari ogni 10.000.

La lezione del caso Pimco-Vanguard è utile anche per i promotori finanziari. Qualche giorno fa “The Economist” ha dedicato un lungo servizio ai robo-advisor, società che negli Stati Uniti e Gran Bretagna offrono consulenza finanziaria via web. Le loro commissioni variano tra lo 0,25% (Wealthfront) e lo 0,89% (Personal Capital) rispetto all’1%-3% della media degli advisor: cira il 60% dei loro clienti ha fra i 35 e 40 anni con depositi sotto i 100.000 dollari. Sono i robo-advisor a intercettare la necessità di gestione e di consulenza finanziaria del risparmio delle generazioni più giovani e lo fanno con costi più che competitivi. Cosa succederebbe se arrivassero sul mercato italiano?


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