Il petrolio costa troppo poco, Riad deve indebitarsi per crescere

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di Luca Spoldi 16 Luglio 2015 | 10:43
Il crollo delle quotazioni petrolifere porta Riad a utilizzare le riserve per finanziare la crescita. Previsto anche il ricorso sempre più frequente all’emissione di titoli di stato

ARABIA SAUDITA RICORRE AL DEBITO – Il mondo che cambia: l’Arabia Saudita, che nel corso degli ultimi 12 mesi ha raccolto 4 miliardi di dollari dalle banche locali collocando il primo titolo di stato emesso da otto anni a questa parte, intende proseguire sulla strada dell’emissione di nuovo debito, insieme all’utilizzo delle ingenti riserve accumulate presso la propria banca centrale, per coprire un deficit di bilancio che quest’anno sarà più ampio del previsto, probabilmente di circa 130 miliardi di dollari. L’Arabia Saudita ha infatti bisogno di un prezzo del petrolio di 105 dollari al barile per coprire gli  obiettivi di spesa senza far ricorso alle proprie riserve o all’emissione di debito.

CROLLO QUOTAZIONI PETROLIFERE FA CALARE RISERVE – La guerra di prezzo scatenata proprio dai sauditi nel tentativo di mettere fuori mercato i produttori di shale oil statunitensi ha però allontanato drammaticamente le quotazioni da tali livelli e per molti anni si ritiene che i prezzi non ci si riavvicineranno. Per l’intero 2015 il prezzo medio del petrolio è stimato infatti a 58 dollari al barile, così per mantenere invariate le spese il governo di Riad sta attingendo alle riserve, passate dai 737 miliardi di dollari dell’agosto 2014 ai 672 miliardi di fine maggio. Se il petrolio non risalirà e l’Arabia continuerà a utilizzare a questo ritmo le sue riserve, queste potrebbero esaurirsi tra la fine del 2018 e gli inizi del 2019 rendendo inevitabile il finanziamento della crescita tramite emissione di nuovo debito pubblico.

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