Brexit, aziende FinTech pronte a fare le valigie?

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di Daniel Settembre 24 Giugno 2016 | 09:45
Impatti sulle assunzioni di talenti da parte delle startup, ma anche sulle normative Ue del sistema bancario, come la Mifid 2. Ecco lo scenario incerto post-Brexit.

LE IMPLICAZIONI DI BREXIT – Il voto a sorpresa del referendum nel Regno Unito per lasciare l’Unione Europea ha generato un’onda sismica su tutti i mercati finanziari che potrebbe avere pesanti implicazioni anche per il mondo del lavoro nella City londinese, per il panorama normativo e – last but non least – per la fiorente industria FinTech del Paese. Jp Morgan avrebbe già emesso una nota interna ai dipendenti spiegando che alcuni lavori dovranno necessariamente essere trasferiti nei prossimi mesi. “Il mercato unico europeo ci permette oggi di essere più avanti anche rispetto agli Stati Uniti, dove la regolazione è divisa nei vari Stati. Andare indietro sarebbe un errore”, diceva a poche ore dal voto Taveet Hinrikus, ceo di TransferWise, una società britannica che aiuta a trasferire denaro da una moneta all’altra che oggi è una dei pochi “unicorni” europei, le startup con una valutazione superiore al miliardo di dollari”. 

IMPRESE RICONOSCIUTE IN UESimon Black, ceo del gruppo PPRO, una società attiva nel mondo dei pagamenti alternativi digitali, ha spiegato che la vittoria del Brexit potrebbe costare alle autorità fiscali del Paese fino a 5 miliardi di sterline nel corso dei prossimi 10 anni, con le circa 500 aziende FinTech presenti che valuterebbero le possibili azioni da intraprendere, incluso il possibile cambio di sede fuori dal territorio britannico. “Non solo Londra rappresenta un centro finanziario globale, ma tutto il Regno Unito offre vantaggi normativi specifici, che per molti talenti e startup si traduce nella natura scelta come base per avviare la propria attività imprenditoriale. Ma, ora, con la Brexit che minaccia il loro status di istituti finanziari riconosciuti in tutta l’Ue e See, tutte queste aziende potrebbero avviare l’iter per trasferire almeno una parte delle loro operazioni”. E chissà che, oltre a Parigi e Berlino, magari sceglieranno come destinazione città italiane come Milano.

MERCATO DEL LAVORO – Un grande asset del Regno Unito in tema startup, inoltre, era la facilità di assumere talenti provenienti da tutta Europa, soprattutto da Paesi come Estonia e Ungheria. Il mercato del lavoro potrebbe quindi complicarsi perché l’accesso di personale qualificato oltremanica si renderebbe soggetto a permessi e burocrazie. Tanto in entrata quanto in uscita. Non a caso, gli stessi lavoratori britannici che ambiscono a entrare nei team delle startup che hanno sede in altri Paesi europei potrebbero trovare difficoltà. In più, i talenti già presenti sul territorio britannico, laddove fossero costretti a “giustificare” ogni anno la loro presenza per motivi lavorativi, potrebbero optare in alcuni casi per Paesi in cui la circolazione di persone è libera e non vincolata a timbri e documentazioni.

IMPIANTO NORMATIVO – Senza contare che altre importanti operazioni, come la possibile fusione delle Borse di Londra e Francoforte, potrebbero saltare. O il recepimento da parte del sistema bancario britannico a importanti direttive Ue, tra cui la Mifid 2. “Molto dell’impianto regolatorio attualmente in vigore nel Paese deriva da normative Ue”, ha dichiarato la Financial Conduct Authority. “Questo regolamento resterà applicato fino a eventuali modifiche, che sarà di competenza del governo e del Parlamento avviare. Le imprese devono continuare a rispettare i loro obblighi in base al diritto del Regno Unito, compresi quelli che derivano dalla legislazione dell’Ue”.

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