Bitcoin, quante insidie nella moneta virtuale

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Di seguito l’intervento di Giuseppe G. Santorsola, professore ordinario di Corporate Finance e Corporate & Investment Banking all’Università Parthenope di Napoli.

Giuseppe G. Santorsola di Giuseppe G. Santorsola17 gennaio 2018 | 09:13

La diffusione di attenzione verso i Bitcoin (e qualche suo piccolo competitor) sollecita qualche considerazione. Gran parte dell’interesse verso di esso è generato dall’assenza di regole a monte e controlli a valle. In una dimensione ancora contenuta si giustifica la forte volatilità del suo prezzo rispetto alle monete tradizionali, tutte oggetto di ampia crescita di offerta negli ultimi anni. La liquidità ufficiale nel mondo (con aggiunta di quella shadow e irregolare) giustifica la ricerca di un’alternativa.

Il bitcoin è virtuale, in se inutile ed ha un valore unitario molto alto, tre caratteristiche ricercate fin dai tempi antichi per qualificare uno strumento di pagamento. Nessuna sorpresa quindi, per l’attenzione suscitata e per la crescita del valore. Per contro dobbiamo meditare sul ritmo della crescita e sulla diffusione di azioni “speculative” in parallelo con il suo utilizzo quale mezzo di pagamento nel mondo on-line. In alcuni casi, esso è diventato un benchmark o un pivot per la creazione di strumenti finanziari quali Etf, derivati o certificates. Nulla di sorprendente in sé, ma sollecitazione per caute valutazioni.

Mi colpisce peraltro l’abnorme crescita di comunicazioni on-line tambureggianti che invitano chiunque (nel senso dei destinatari) ad avvicinarsi allo strumento (o al bene??) per approfittare della fase di crescita del valore. Nella storia della finanza questa fase costituisce la premessa per l’esplosione di bolle, una volta raggiunta una diffusione adeguata, un prezzo di mercato fuori quadro rispetto al valore e un rendimento consistente per chi ha attivato l’azione. Uno schema (Ponzi?) ben noto ma sempre riproponibile nei mercati. Resta assodato che, finora, molti hanno tratto profitto. Temo per chi interviene su questi prezzi, forse il finanziatore di chi guadagna.

Mi sovviene peraltro un episodio della mia fanciullezza, quando insieme a due cugini giocavamo ad essere Re di uno Stato (Eppesuig il mio, inverso del nome). Emettevamo moneta omonima e ce la scambiavamo con ovvi litigi sul cambio ed eravamo disponibili a cedere o acquistare beni virtuali trovati sul terreno o disponibili in casa. Poi il gioco finiva, la fame arrivava e gli Eppesuig non avevano alcuna capacità di soddisfare i nostri bisogni. Per fortuna, genitori affettuosi ci fornivamo le lire per coprire le nostre correnti necessità fuori dai fantastici regni di Eppesuig, Odraccir ed Oloap. Qualche analogia?


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