Le tappe del possibile default italiano

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di Biagio Campo 29 Ottobre 2018 | 08:58
L’inclinazione della curva dei tassi sottolinea l’elevato rischio di default tra il 2019 ed il 2024, periodo nel quale sono in scadenza 1.207 miliardi pari al 59,88% dell’outstanding complessivo del debito pubblico italiano.

Costo del debito – Nonostante gli interventi della Bce, lo spread Btp/Bund a 10 anni non è più tornato ai livelli pre crisi; a fine 1999 era lo 0,27%, è rimasto costante fino al 31 dicembre 2007 quando era lo 0,195%, per salire al termine del 2011 al 5,18% ed attestarsi all’attuale 3%. Il country risk Italia ha inevitabili ripercussioni sui costi del debito di famiglie e privati. A titolo esemplificativo osserviamo come la probabilità di default implicita nei costi dei cds a 5 anni di Allianz (2,622%) sia decisamente inferiore rispetto a quella di Generali Assicurazioni (12,749), nonostante un rating similare (AA con outlook stabile vs A- con outlook negativo per il Fitch Long Term Issuer Default Rating Foreign). Discorso similare per Deutsche Bank (12,760%) rispetto ad Intesa San Paolo (16,784%), a fronte di un non differente merito creditizio (BBB+ vs BBB entrambi con outlook stabile per l’S&P Long Term Issuer Rating Foreign).

Scadenze – Nel 2019 scadranno 291 miliardi di euro, ripartiti su 106 emissioni, pari al 14,44% dell’outstanding totale del debito pubblico italiano, rispetto ai 206 miliardi del 2020 ed ai 190 miliardi del 2021. Tra il 2019 ed il 2024 sono in scadenza 1.207 miliardi (59,88% dell’outstanding complessivo). L’elevata ripidità della curva dei tassi governativi italiani nel tratto 1-4 anni (lo spread Btp/Bund raggiunge il massimo livello per le scadenze comprese tra i 4 ed i 30 anni) ben evidenzia il premio al rischio richiesto dal mercato.

PIR e CIR – I vantaggi fiscali previsti dal legislatore portano ad incrementare ulteriormente l’home bias, complicano il già frastagliato quadro normativo nazionale, disincentivano l’industria del risparmio gestito dall’uscire dalla logica del singolo prodotto/asset class a favore di un’asset allocation basata su strategie di investimento e, sulla base dell’esperienza dei PIR, non sembrano in grado di ridurre la volatilità delle attività finanziarie domestiche né di supportare la crescita dell’economia reale.

Collective Action Clause – “Se vogliamo aggiustare il sistema finanziario ed evitare il doloroso alternarsi di boom e crisi che stanno diventando troppo frequenti, dobbiamo risolvere il problema fondamentale: la scarsa flessibilità dei contratti di debito”, questa la conclusione a cui giungono Atif Mian e Amir Sufi in “La casa del debito”, edito da Il Saggiatore, una delle analisi più complete sugli effetti negativi derivanti dalla rigidità del debito. Il legislatore europeo non ha colto l’opportunità di rendere flessibile il debito, in primis indicizzandolo ad elementi dell’economia reale, ma si è limitato ad introdurre le clausole CACs nei bond governativi, emessi dai paesi dell’Area euro, con scadenza originaria superiore ad 1 anno, a partire dal 1° gennaio 2013, che consentono una più agevole ristrutturazione del debito a vantaggio dell’emittente. L’evidente insostenibilità del debito pubblico italiano a fronte dello scenario attuale, caratterizzato da un elevato rapporto debito/Pil, crescita del deficit, settore reale che ha esaurito la spinta del ciclo economico internazionale, aumento del costo del debito, riduzione della liquidità, limitati margini di manovra della politica monetaria, inefficacia degli sgravi fiscali per l’acquisto di asset domestici, trova la più naturale soluzione nell’utilizzo delle clausole CACs. La maturity inferiore ad 1 anno al momento dell’emissione suggerisce quindi di valutare in maniera differente, a parità di duration, i Bot rispetto ai Btp emessi successivamente al 1° gennaio 2013.

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