Consulenti, vi raccontiamo tutta la verità sulla crescita Usa…

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La crescita del debito è riuscita a smascherare i problemi strutturali dell’economia statunitense.

Biagio Campo di Biagio Campo12 febbraio 2019 | 10:55

Il decantato dinamismo economico degli Stati Uniti si scontra con la realtà ben descritta da Tyler Cowen in “La classe compiaciuta”, edito da Luiss University Press.

Occupazione – Nel 1998 il 44 per cento dei lavoratori aveva cinque o più anni di permanenza sul posto di lavoro, ma nel 2014 la percentuale era arrivata al 51 per cento. I lavoratori con meno di un anno di permanenza erano scesi dal 28 al 21 per cento. Verso la fine degli anni Ottanta, il 18,9 per cento dell’occupazione nell’economia americana era in aziende che avevano cinque anni o anche meno. Questa media è caduta al 13,5 per cento proprio prima della Grande recessione; in termini numerici, è una diminuzione del 29 per cento in soli diciassette anni, una caduta rapida e significativa. Oggi, l’occupazione in imprese appena avviate costituisce lo 0,7 per cento di tutta l’occupazione, mentre durante gli anni Novanta era sopra l’1 per cento. Il tasso di migrazione interstatale è sceso del 51 per cento al di sotto della media fra il 1948 e il 1971 ed è calato costantemente dalla metà degli anni Ottanta.

Start up – Le start-up costituivano il 12-13 per cento delle imprese negli anni Ottanta, ma oggi sono solo il 7-8 per cento circa. Questo declino generale nella frequenza delle start-up è vero per quasi ogni settore e ogni città americana, compresa San Francisco e anche il leggendario settore tecnologico. In termini assoluti, il numero delle nuove imprese (che hanno meno di cinque anni) ha raggiunto l’apice subito dopo il 2000 e, in termini percentuali, le nuove imprese nel settore tecnologico sono diminuite a partire dagli anni Ottanta. Non solo ci sono meno start-up, ma sono di meno quelle che hanno successo. Questo significa che le imprese giovani sono una parte minore del mercato complessivo e quindi l’età media delle imprese americane aumenta, esattamente come fa il popolo americano.

Bilancio federale –  Nel 1962, circa due terzi di tutte le spese del governo federale rientravano nella rubrica della democrazia fiscale, ossia non erano predeterminate da programmi permanenti. Alla metà degli anni Sessanta, questa cifra cominciò a diminuire precipitosamente e, nel 1982, era al di sotto del 30 per cento. Il punto inferiore per questo indice è arrivato nel 2009, durante la recessione, quando è diventato negativo. In quell’anno, ogni dollaro di reddito in entrata era già stato impegnato da decisioni precedenti del Congresso. Naturalmente, per far quadrare i conti, il governo federale ha dovuto prendere in prestito più denaro. Intorno al 2014, l’indice era a circa il 20 per cento e si ritiene che cadrà ben al di sotto del 10 per cento nel 2022, date le previsioni demografiche.

Investimenti – L’investimento netto di capitale, in percentuale sul prodotto interno lordo, è diminuito a partire dagli anni Ottanta. Una misura alternativa del valore dei servizi di capitale, una media mobile a dieci anni che evita il “rumore” nei dati anno per anno, è diminuita dagli inizi del millennio. Alla svolta del millennio toccava il 5 per cento del PIL, ma da allora è diminuita costantemente e si aggira ora intorno al 2 per cento del PIL. L’investimento non residenziale è inferiore di oltre il 20 per cento al trend di lungo periodo. Se teniamo conto degli incrementi nell’età lavorativa della popolazione americana, gli Stati Uniti creano il 25 per cento in meno di brevetti triadici a persona rispetto al 1999. Se i tassi di crescita della produttività pre 1973 fossero prevalsi nel periodo post 1973, il reddito mediano delle famiglie negli Stati Uniti sarebbe stato al di sopra dei 90.000 dollari invece che intorno ai 50.000 com’è ora. Il valore per gli utenti di Facebook e Google e di altri servizi gratuiti compensa davvero questo divario?

Le preoccupazioni della FED – La realtà sopra illustrata da Cowen trova sempre più sostenitori, da ultimo il governatore della FED Jerome Powell, il quale ha identificato scarsa produttiva ed iniquità, elemento collegato al basso dinamismo complessivo della società, come le più grandi sfide per gli USA nel corso dei prossimi 10 anni.

Il rischio del debito pubblico – In sintesi la crescita economica di lungo periodo è favorita dalla tutela degli incentivi economici, dalla presenza di istituzioni inclusive e dalla crescita della produttività. La disponibilità di capitali rappresenta un elemento utile per la crescita a breve e medio termine ed infatti i moderni cicli economici sono guidati dal credito. Negli USA solo quest’ultimo aspetto ha sostenuto economia e mercati finanziari. È stato più volte evidenziato ammontare e bassa qualità del debito privato statunitense (il 30% del credito ai consumatori è subprime, negli US corporate sono ai massimi le percentuali di bond con rating BBB), tuttavia ritengo opportuno riflettere anche sullo stato del debito pubblico. Mac Slavo ha osservato che 63 tra le 75 principali città negli USA, in primis New York City, Chicago, Philadelphia, Honolulu e San Francisco, registrano seri problemi nel far fronte agli impegni finanziari contratti, derivanti prevalentemente da elementi non discrezionali di spesa e quindi difficilmente eliminabili. Il deficit federale, pari al -3,4% al 30 giugno 2017, risulta per la prima volta dagli anni Ottanta non correlato con il tasso di disoccupazione, come riportato nel grafico sotto riportato.

Secondo le analisi di Oxford Economics il debito pubblico complessivo ha raggiunto il 136% del Pil, mentre nel 2000 era il 72,3%. Risulta quindi difficile ipotizzare che un rallentamento dell’economia reale non possa avere effetti negativi e non lineari sul mercato del debito USA, capace di innescare una forte correzione su dollaro e azionario.

Il rischio dell’azionario – Bassa produttività causata da un costante calo degli investimenti, scarso livello di innovazione e dinamismo culturale, sociale ed economico complessivo del paese sono in profondo contrasto con la visione mainstream, le valutazioni assolute e relative dell’azionario USA rispetto ad altre aree geografiche.


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