Cari Consulenti, gli head hunter vi spiano sui social

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Avatar di Hillary Di Lernia 30 Luglio 2019 | 08:56

Ultimamente si sente parlare molto di social media recruiting, una nuova tendenza degli headhunter e dei responsabili delle risorse umane che utilizzano i social media per la selezione del personale.

Cari consulenti, nemmeno voi siete esonerati da questo processo di selezione.

Tramite i social media si condividono foto del proprio quotidiano e considerazioni su ciò che ci circonda, per questo rappresentano la fonte principale a cui si può attingere, per comprendere la reale identità di una persona o di un candidato.

L’80% degli head hunter effettua una ricerca online del candidato dopo aver ricevuto il suo curriculum vitae. E se per il 66,7% l’assenza del candidato in rete non ha alcun impatto, per un recruiter su tre non avere riscontro online influenza negativamente la prima impressione.

Questo quanto emerge dallo studio di Wyser, società internazionale di Gi Group specializzata nella ricerca e selezione di profili manageriali, che ha coinvolto professionisti del recruiting in Italia.

“Il web offre molteplici informazioni su un candidato. Occupandoci di profili manageriali possiamo trovare ad esempio articoli o eventi relativi al candidato. Non solo Google, ma gli stessi  social sono entrati ormai nell’attività di recruiting ed head hunting – commenta Carlo Caporale, Amministratore Delegato Wyser Italia – LinkedIn ad esempio è un ottimo canale dove pubblicare annunci e ricevere candidature, ma non si può negare, e lo conferma anche la ricerca, che i social in generale siano uno strumento per raccogliere maggiori informazioni sul profilo professionale del candidato. Preme sottolineare come questo strumento vada, però, utilizzato secondo le regole che vigono anche in sede di colloquio. Ciò significa senza invadere la sfera privata del candidato, del tutto irrilevante ai fine dell’assunzione, e rispettando le norme non discriminatorie previste dalla deontologia della professione”.

Quindi, l’assenza dalla rete sembra non essere un ottimo biglietto da visita, ma chi invece ha un profilo social a cosa dovrebbe prestare maggiore attenzione?

Su LinkedIn, ordine, completezza e aggiornamento del profilo sono per il 61,9% le informazioni più importanti. Guardando un profilo LinkedIn, poi, il 47,6% dà valore alla coerenza delle informazioni rispetto a quelle contenuto nel curriculum vitae e il 26,2% si concentra sull’headline e sul summary. Minor attenzione viene invece posta sulle recommendation e segnalazioni (7,1%) e sull’attività di pubblicazione di post (4,8%).

Non c’è solo LinkedIn: solo il 23,9% dei recruiter dichiara infatti di non navigare sugli altri social. Ma il restante 76% quale social network preferisce consultare? Facebook è il social maggiormente visitato, indicato dal 61,9% degli head hunter, dopo LinkedIn. Instagram, invece, viene preso in considerazione solo dal 7,1% degli intervistati. Dato che sottolinea la scarsa rilevanza delle informazioni sulla vita privata nel processo di ricerca e selezione dei talenti.

Ma allora cosa cercano sui social gli head hunter? Il 45,2% si sofferma sulle caratteristiche della personalità, come apertura mentale, propensione a collaborare e senso etico; il 42,9% invece cerca conferma circa le qualifiche per il lavoro; minor importanza viene infine data agli interessi del candidato (7,1%) e alla sua capacità di esprimersi correttamente in italiano o in altre lingue (4,8%).

“Non è un caso, dato che le caratteristiche della personalità sono fondamentali per i profili manageriali – aggiunge Carlo Caporale – I cambiamenti nel mondo del lavoro e le nuove dinamiche che lo regolano fanno delle soft skill spesso le armi vincenti di manager e professionisti che si affacciano a nuove realtà”.

Attenzione! Visitando un profilo social l’head hunter può incappare anche in attività dell’utente che potrebbero portarlo ad avere un’impressione negativa. Il 69% degli intervistati non ha dubbi: contenuti volgari e offensivi sono il principale deterrente, seguiti da posizioni discriminatorie di ogni genere (40,5%).  Non solo il contenuto, ma anche la forma può impressionare negativamente un head hunter: per il 35,7% errori grammaticali e ortografici sono un campanello di allarme.

“Credo che la parola chiave sia responsabilità, tema su cui noi di Wyser siamo particolarmente sensibili – conclude Carlo Caporale – Essere responsabili significa essere consapevoli dell’impatto delle proprie azioni, sul posto di lavoro ma anche online, che è un ambito ancora più pubblico. Sono, quindi, contento di vedere come la sensibilità di head hunter e professionisti del recruiting non sia mancata su uno degli aspetti più rilevanti di questa ricerca”.

 

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