Fondazione Enasarco, sei nodi da sciogliere

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Andrea Giacobino di Andrea Giacobino11 novembre 2019 | 10:04

Proviamo per una volta a parlare della Fondazione Enasarco “sine ira et studio”. Il primo problema, riconosciuto da tutte le componenti, è il continuo calo degli iscritti all’ente, un andamento progressivo che ha lasciato sul campo migliaia di agenti di commercio nel corso dell’ultimo decennio. Per i consulenti finanziari questo fenomeno non è riscontrabile, nonostante ci sia un annoso ritardo nel ricambio generazionale. Questa conclamata tendenza demografica degli iscritti in diminuzione pone in prospettiva pluriennale un tema di sostenibilità dei conti previdenziali. Occorre dunque un allargamento della “base imponibile” dei contributori, prevedendo, per esempio, una strategia di decontribuzione su più anni parametrata alla redditività annuale e priva di limiti di età, vista l’anzianità delle persone fisiche in ingresso.

Un secondo problema riguarda l’ottimizzazione del patrimonio mobiliare ed immobiliare dell’ente, che per la parte finanziaria dovrà prevedere un nuovo approccio metodologico alla gestione finanziaria ed un rapporto adeguato in termini di rischio-rendimento degli asset, sicuramente migliorabile. Ciò è particolarmente auspicabile per il FIRR, cioè il fondo di indennità risoluzione rapporto, i cui rendimenti negli anni sono stati del tutto insoddisfacenti. Mentre sulla parte immobiliare è auspicabile una revisione del piano di dismissioni e l’efficientamento della parte messa a reddito fondiario, un capitolo a parte riguarda l’investimento di risorse nell’economia reale, che ancora ha dimensioni assai ridotte e dal quale possono scaturire risorse aggiuntive, attraverso una divisione specializzata appositamente deputata.

Un terzo problema riguarda la questione del “monomandato di fatto”, cioè di quella caratteristica secondo la quale, pur esistendo in teoria la possibilità per l’agente di ottenere più mandati, l’esercizio dell’attività avviene solo per uno. Questo è particolarmente vero per i consulenti finanziari, che, come è noto, operano in regime monomandatario, secondo la legislazione vigente e il riconoscimento di tale caratteristica comporterebbe per i cf una contribuzione più importante in termini di versamenti, sia da parte del singolo sia da parte della società, quindi un montante previdenziale più robusto.

Un quarto problema impatta su tutto il mondo dei “silenti”, cioè di coloro che non hanno raggiunto il minimo dei requisiti pensionistici, tra i quali i 20 anni di contribuzione, una fattispecie che nel settore dell’advisory riguarda molti colleghi bancari, approdati alla consulenza finanziaria tramite reti distributive e con contratto di agenzia. Questa criticità è la più sfidante e di non facile soluzione.

Un quinto problema impatta sulla necessità di investire sulla formazione degli iscritti, se si vuole contrastare l’inesorabile condizionamento e spiazzamento delle nuove tecnologie e dei processi che tendono a disintermediare l’opera dell’agente, sia esso di commercio tradizionalmente inteso, sia per la parte che riguarda il mondo dei consulenti finanziari.

Last but not least, c’è tutta la questione della governance dell’ente, soprattutto per quanto riguarda lo statuto ed il regolamento elettorale, che ancora pone – nonostante gli impegni presi all’inizio di questa legislatura – dei paletti ad alcune rappresentanze (come quella dei consulenti finanzi, attraverso l’Anasf) che non possono concorrere liberamente alla competizione elettorale, in conseguenza di criteri obsoleti e corporativi del passato. Le parole d’ordine sono: trasparenza, efficienza ed equità e sono percorribili solo con un’azione condivisa e con una rappresentanza di coalizione forte e motivata, da conseguire anche con un’intelligente azione di spoil system ed un intervento mirato sulla dirigenza e sulla struttura dei dipendenti, impegnando risorse sul versante dell’investimento in capitale umano.


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