Investimenti, gli anticorpi contro il Coronavirus

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Avatar di Redazione 3 Marzo 2020 | 14:45

Di seguito il commento di Massimo Maria Gionso (nella foto), consigliere delegato di Cfo Sim

In riferimento alla situazione venutasi a creare sui mercati finanziari internazionali e quello italiano in particolare, a causa del cosiddetto Coronavirus, va sottolineato che i fattori da considerare sono più di uno. Da un lato l’aspetto temporale, considerando che gli effetti sui mercati finanziari e sull’economia in generale potrebbero ripercuotersi per un lungo periodo, in particolare nel nostro Paese. Questo però non vuole dire che non ci siano degli anticorpi da adottare per limitarne le conseguenze negative e che non ci siano opportunità di business.Massimo Gionso, consigliere delegato di Cfo Sim

Per trovare gli anticorpi è necessario però che le aziende italiane e gli operatori economici in generale capiscano che è necessario reagire da subito e modificare alcuni modelli organizzativi e le strategie con un orizzonte a corto e medio raggio. Lo smart working è sicuramente una buona pratica, già molto diffusa in altri Paesi, che andrebbe incentivata maggiormente, anche dopo questa fase di picco della crisi. Ritengo che possa essere una modalità utile per efficientare i modelli lavorativi aziendali e per ridurre contemporaneamente i costi gestionali, senza dimenticare i positivi effetti per l’ambiente vista la consistente riduzione delle emissioni di Co2.

Infine, da un punto di vista prettamente finanziario, reagire vuol dire modificare il proprio asset management e focalizzarsi su opportunità di investimento diverse che potrebbero garantire buoni ritorni. Penso, per esempio, alle opportunità offerte dai mercati equity con elevati consumi interni come quello cinese che oggi è in calo, ma che potrebbe presto tornare a crescere e quello americano, dove oltretutto operano Banche Centrali con ampie possibilità di intervento e stabilizzazione, diversamente dalla BCE per i mercati Europei. E penso anche ai settori cosiddetti value, cioè alle società che operano in mercati considerati maturi, con previsioni di crescita modeste ma con alti dividendi, come quelle attive nei settori food, energy o pharma.

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