Mercati, l’ultima crisi del Capitalismo

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Biagio Campo di Biagio Campo 21 Aprile 2020 | 13:00

2020 prosieguo del 2008 e del 2001 – Per inquadrare correttamente quanto accaduto nelle precedenti settimane e valutare i possibili scenari futuri è bene osservare che il rallentamento economico ed i segnali di anomalia nei mercati erano presenti ben prima dell’emergenza del coronavirus, come ben dimostrato dal Pil USA, in crescita solamente del 2% a fronte di una politica fiscale espansiva, pari al 5% del PIL, e dalla totale assenza di liquidità nel mercato monetario statunitense. È quindi corretto inquadrare la recente pandemia unicamente come shock, decisamente grave ed atipico in quanto riferito contemporaneamente alla domanda ed all’offerta, che vedrà aziende, settori, nazioni, investitori vittoriosi e vinti, ma comunque non in grado di spiegare la causa primaria dell’instabilità, ovvero la bassa remunerazione degli investimenti risk free, comune nelle precedenti tre crisi del XXI secolo.

Pubblico vs privatoLe crisi finanziarie sono precedute dal tentativo del settore finanziario di produrre attività prive di rischio quando l’offerta di debito pubblico a breve termine è carente o poco remunerativa; questo tentativo fallisce periodicamente e porta ad una crisi. Per gli investimenti risk free in euro vi è sia una diminuzione del livello di indebitamento tedesco sia tassi negativi, mentre negli Stati Uniti a fronte del costante disavanzo federale non vi è carenza nell’offerta di bond governativi, ma unicamente rendimenti reali poco interessanti. A tale fattispecie si aggiunge la scarsa flessibilità dei contratti di debito, che si auspicava potesse essere risolta grazie alle interessanti proposte di indicizzazione a variabili macro, piuttosto che societarie per le emissioni corporate, formulate a seguito della crisi del debito sovrano europeo.

L’incertezza trova sollievo nell’autorità – Il celebre aforisma di Von Moltke trova riscontro nell’assenza di dibattito presente all’interno dell’attuale classe dirigente, terrorizzata dagli effetti derivanti dallo scoppio delle bolle sviluppatesi negli ultimi 25 anni, e consente il perpetrarsi di un deficit democratico sempre più evidente. Alcune delle decisioni più importanti negli Stati Uniti sono prese dai 12 membri del FOMC, la cui nomina non avviene consultando l’elettorato né attraverso un confronto pubblico. Nell’Unione Europea, in aggiunta ai vertici BCE anche quelli della Commissione Europea non vengono scelti dai cittadini. Inoltre non bisogna dimenticare il ruolo chiave svolto dalle rispettive corti costituzionali, anch’esse composte da esperti non votati con suffragio universale. Tale deficit democratico, presente dai tempi della definizione delle banche centrali, risulta aggravato dall’estensione delle attività da queste eseguite. Il QE effettuato dopo la Grande Recessione ha ulteriormente aumentato la diseguaglianza negli USA. Dal 2009 la ricchezza finanziaria dell’1% che riceve il reddito maggiore è salita del 125%, quella del 20% meno retribuito è scesa di oltre il 25%, mentre coloro che si trovano tra il 20% ed il 60% della distribuzione hanno registrato incrementi inferiori all’inflazione. La nuova decisione della FED di acquistare high yield, in minima parte detenuti da fondi pensione o da investitori retail, dato che negli Stati Uniti il 90% della popolazione meno facoltosa detiene solo il 24% della ricchezza nazionale, rappresenta l’ennesimo sussidio alle classi più ricche, perpetratosi nella totale assenza di dibattito pubblico, istituzionale ed accademico, a differenza di quanto avvenuto nel 2008, dove quantomeno si era discusso sulla legittimità delle azioni della FED.

Tecnocrazia – Tutto quello che sembrava assurdo 15 anni fa ora costituisce la normalità, ovvero banche centrali, non più indipendenti, che acquistano qualsiasi tipologia di asset finanziario, tassi stabilmente negativi, helipoter money, reddito di cittadinanza, sistemi di monitoraggio dei cittadini chiaramente lesivi della privacy e da ultimo il divieto di uscire dalla propria abitazione. Le conquiste del mondo occidentale sono purtroppo facilmente reversibili e devono scontrarsi con pochi secoli di consolidamento. Del resto la maggior parte della popolazione mondiale continua a vivere secondo leggi, consuetudini e valori differenti ed il progresso tecnologico in atto facilità la concentrazione del potere e l’instaurazione di sistemi di controllo.

Morte del capitalismo – La spiegazione del successo è legata, in modo inscindibile anche se fortemente controintuitivo, al modo in cui reagiamo di fronte al fallimento. La comprensione di tale aspetto ha rappresentato il maggior vantaggio competitivo del sistema legale e culturale statunitense nei confronti di Europa e Giappone. Tuttavia ora anche negli USA il temporaneo insuccesso spaventa a tal punto che si preferisce l’investimento di capitali pubblici e privati in imprese non produttive pur di evitare i fisiologici fallimenti. Aver curato le crisi del 2001 e 2008 prevalentemente con politiche monetarie espansive, ovvero aumentando l’elemento che aveva contribuito a crearle, ha causato un’allocazione non efficiente del capitale e la nascita di bolle in numerose segmenti di mercato. L’incremento di aziende cosiddette zombie, ovvero i cui interessi sul debito superano, per tre anni consecutivi, i profitti della gestione operativa, risulta incoerente con i principi del capitalismo. La centralizzazione, l’elemento che ha portato al crollo i regimi comunisti, esprime la nuova ideologia dei policy maker occidentali.

Morte dei mercati – Il settore bancario non alloca risorse all’economia reale, in quanto i tassi negativi non giustificano i costi di due diligence, il mercato finanzia società non redditizie, i prezzi degli asset non rappresentano più un veritiero patrimonio informativo, come evidenziato ulteriormente dalla differenza di quotazione del petrolio a pronti ed a termine, pari a circa 10 dollari rispetto alla media di 44 centesimi dell’ultimo decennio.

Asset allocationNel lungo periodo la Strategic Asset Allocation (SAM) è responsabile del 90% dei ritorni della maggior parte dei portafogli. Nella fase attuale che vedrà un cambio epocale della struttura economico finanziaria mondiale definita al termine della Seconda Guerra Mondiale, l’implementazione della SAM potrebbe rivestire un ruolo così rilevante anche nel breve e medio termine, in un mondo nel quale i cambiamenti si verificano con una velocità mai registrata. Ad esempio l’acquisto di high yield, con un rendimento atteso del 9%, risulterebbe poco interessante qualora l’inflazione dovesse tornare a doppia cifra a seguito della monetizzazione dei debiti pubblici. I Bund a lunga scadenza, nonostante uno YTM negativo, si confermerebbero uno dei migliori investimenti in caso di depressione oppure di disfacimento dell’Unione Europea. Azioni con un PE di 20 rientrerebbero nella categoria value se tassi di interesse, massa monetaria e inflazione dovessero confermarsi ai livelli attuali per i prossimi anni. È impossibile fare previsioni sul futuro, ma a fronte di chiari segnali riguardo il nuovo ordine economico finanziario sarebbe penalizzante non effettuare scelte di investimento in rottura con i paradigmi del passato.

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