Mercati, la rivoluzione commerciale passa dai social

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Avatar di Redazione 21 Maggio 2020 | 14:27

Articolo a cura di Paola Mattavelli.

Correva l’anno 1999 quando il settimanale Time sceglie un giovane Jeff Bezos quale “persona dell’anno”. Era il sintomo tangibile di come l’e-commerce stesse ormai cambiando il modo usuale di vendere e comprare. Si era alla soglia degli anni 2000 e il cambiamento in atto non era solo quello del millennio.

Siamo ancora nel 1999, a gennaio di questo anno il numero di computer era arrivato a 43 milioni. Incredibile se si pansa che nel 1969 erano partiti da quattro computer ARPANET e che nel 1983 il numero totale dei pc era 200. La potenza di Internet aveva permesso la comunicazione totale. E questo è stato anche il suo più grande limite, dato che ha portato a una sorta di banalizzazione dei temi valoriali. A questo proposito, proprio nel 1999 David Bowie in un’intervista rilasciata alla BBC predisse in maniera esatta l’impatto di Internet, non solo sulla musica ma sulla società intera: “Il potenziale di ciò che Internet sta per fare della società è inimmaginabile. (…) Credo che non abbiamo nemmeno visto la punta dell’iceberg delle insidie di Internet: il contesto e lo stato reale del contenuto saranno diversi da tutto ciò che prevediamo al momento. L’interazione fra l’utente e il provider distruggerà la nostra idea del mezzo. Sta già accadendo. Quello spazio grigio sarà al centro del XXI secolo”.

Bowie non fu solamente una leggenda della musica, ma anche un visionario e un innovatore. Nel 1998 aveva creato un proprio ISP (Internet Service Provider) che offriva connettività e forniva ai propri utenti uno spazio web, con forum, chat e tracce musicali scaricabili. BowieNet, questo era il nome della piattaforma, Friendster e Myspace sarebbero arrivati anni dopo.

Sempre nel 1999 quattro americani stavano per trasformare in un libro il post che avevano pubblicato qualche mese prima. Il libro si chiama The Cluetrain Manifesto ed è composto di 95 tesi sulla “fine del business come lo conosciamo”. Questo testo sarà destinato a diventare il simbolo della nuova era, quella che allora si chiamava web 2.0. Stava avvenendo un passaggio fondamentale: da consumatori passivi a protagonisti. Lo scontro era tra un vecchio modo di fare impresa e il nuovo mercato messo a disposizione da Internet.

Il Social Commerce è stata l’evoluzione del commercio online, introducendo una maggiore partecipazione delle varie comunità virtuali. Questa nuova modalità seguiva la tesi che caratterizza il Cluetrain Manifesto, ovvero “i mercati sono conversazioni”. Il mercato è il luogo in cui storicamente le persone si riunivano e parlavano tra loro e internet finalmente dava un mezzo a qualunque persona connessa per entrare in un mercato virtuale e comunicare con le altre persone.

Questo prima di Internet non era possibile.

“È cominciata a livello mondiale una conversazione vigorosa. Attraverso Internet, le persone stanno scoprendo e inventando nuovi modi di condividere le conoscenze pertinenti con incredibile rapidità. Come diretta conseguenza, i mercati stanno diventando più intelligenti e più veloci della maggior parte delle aziende”. Il manifesto suggeriva i cambiamenti necessari per entrare all’interno di queste nuove conversazioni virtuali.

È ormai assodato che il binomio social network/e-commerce è vincente. Oggi le piattaforme principali usate per rendere più social il proprio e-commerce sono Facebook e Instagram. Ma non è tutto ora quello che luccica. I social network, nati con lo scopo di connettere le persone, sono ormai diventati le più grandi agenzie di pubblicità online, incrementando vertiginosamente i ricavi senza ridistribuire nulla tra gli utenti che vengono, anzi, disturbati da continui spam pubblicitari. Gli investimenti in comunicazione online sono destinati alla costruzione di community. Una volta costruita la community, se si vuole che i propri aggiornamenti vengano visti da qualcuno, si devono sborsare altri soldi perché, altrimenti, è come comunicare con un muro di gomma. Insomma, se non paghi sei praticamente invisibile.

Senza una partecipazione attiva delle persone tramite i commenti, i “mi piace”, le condivisioni, senza il loro coinvolgimento diretto, senza la forza del passaparola mediatico, non c’è attenzione. E senza attenzione non c’è conversione. Non solo, senza una community sottostante non c’è nemmeno la social proof. Le persone si fidano e si affidano al sapere e ai pareri della community (in Amazon questo meccanismo psicologico e sociale di “imitazione” è particolarmente evidente).

Questo modello sta mostrando, ora più che mai, tutti i suoi limiti.

Il mercato dell’e-commerce con la pandemia ha fatto un netto salto in avanti e nel 2022 dovrebbe raggiungere i 900 miliardi di dollari. Facebook sta avviando un nuovo filone per produrre utili a fianco a quello pubblicitario attraverso gli Shops. Ma dove è finito il senso ci comunità?

Come sarebbe vivere l’esperienza di un social e-commerce in cui ci si sente davvero parte di una comunità, in cui tutti si sentono veramente uniti l’uno all’altro?

Dopo la crisi politica della poleis, nella Repubblica Platone progetta un modello di città creata e governata secondo giustizia: Kallípolis, che in greco significa la città bella. La città ideale teorizzata da Platone era basata su un profondo senso di comunità. La città era intesa come un organismo che doveva essere profondamente coeso. Solo così sarebbe stato possibile realizzare una società felice, unita, priva di conflitti.

Ciclicamente nelle diverse fasi della storia, l’uomo ha cercato di creare la città ideale. Ma cosa rende ideale una città? È questa la domanda da cui è partito Alessandro Cadoni, CEO e founder di Atlantix, una piattaforma digitale tutta italiana, in grado di unire la condivisione ad alto tasso emotivo di un social network con le potenzialità di un e-commerce.

Atlantix è una città digitale “ideale” i cui cittadini sono gli stessi membri della community che, in base ai propri ruoli, cooperano per sviluppare le varie attività, grazie alla vendita di beni e servizi nei vari negozi e pagine business. Non parliamo della solita piattaforma tecnologica ma di un microcosmo digitale, un luogo per coinvolgere e valorizzare le persone che condividono gli stessi valori.

Nell’esperienza di Friendz, di cui sono co-fondatore, avevamo capito quanto fosse importante la valorizzazione della community, che rimane centrale in Atlantix. In questo ultimo anno ho lavorato per sviluppare un progetto che amplificasse ulteriormente il valore e la centralità delle persone. Ci siamo accorti dell’assenza di una piattaforma in grado di aggregare al suo interno la potenza comunicativa di un social network, l’efficacia di un e-commerce gestito da team specializzati e il supporto di una community. Atlantix nasce da questa intuizione”, ci spiega Alessandro Cadoni, “non parliamo della solita piattaforma tecnologica ma di un microcosmo digitale, un luogo per coinvolgere e valorizzare le persone che condividono gli stessi valori.”

Atlantix funziona in maniera differente dai soliti social network ed e-commerce. Le attività utili alla crescita della community sono premiate attraverso un modello di redistribuzione meritocratica dei ricavi pubblicitari sotto forma di crediti.

Come chiarisce più nel dettaglio Alessandro Cadoni: “L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo mi è servita per vedere le cose da un altro punto di vista. Sono tornato a percepire il mondo come un’unica grande community, come specie, oltre che come singole community locali sempre in competizione gli uni contro gli altri. Immaginate la piattaforma di Atlantix come una città virtuale formata essenzialmente da tre sezioni: Negozi, Attività, Community. La sezione “community” rappresenta il cuore pulsante di Atlantix. È il luogo in cui ci sono le persone, la nostra comunità virtuale.

Quando strumenti come Atlantix diventeranno di uso comune e metteranno il lavoro in tasca a moltissime persone, abiliteranno di fatto ad un nuovo paradigma di vita. Poter avere una carriera lavorativa internazionale senza vincoli di spazio, orari o lingua, toglierà la necessità di dover abbandonare il proprio paese per trovare fortuna o semplicemente per trovare lavoro presso aziende internazionali.

Quando l’essere umano si trova alle strette, tende ad innovare e ad evolversi molto più velocemente per migliorare le proprie condizioni di vita. Questa volta non sarà da meno. La natura è spesso imprevedibile e questa pandemia ha accelerato la crescita di nuovi bisogni che fino a ieri non esistevano. Pensiamo semplicemente allo smart working. Sino ad oggi è stato considerato un benefit, ma nelle aziende di domani sarà la normalità.

Questo periodo ci sta insegnando che avevamo soltanto tanti preconcetti riguardo la tecnologia, ma che se usati nel modo giusto, ci possono far fare un grande balzo in avanti. Nel 2019 erano 700.000 le persone che svolgevano il lavoro agile. Oggi sono 8 milioni le persone che hanno sperimentato la prosecuzione delle attività dalle loro case.”

 

 

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