L’accordo nucleare con l’Iran potrebbe provocare un terremoto per il petrolio

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di Finanza Operativa 7 Aprile 2015 | 14:30

di P. O. Beffy, Chief Economist Exane Bnp Paribas

È difficile sapere esattamente chi sia stata la prima persona a pronunciare l’ormai famosa citazione “Rise early, work hard, strike oil.” Alcuni pensano che sia Rockefeller… Nella frase in oggetto “strike oil” indica “fare fortuna” ma l’espressione potrebbe anche voler dire “trovare petrolio”. In qualità di economista sell-side, mi alzo presto e lavoro duro. Non sono sicuro di “trovare petrolio” ma, in una fase in cui ci concentriamo sul calo del numero di pozzi di petrolio negli Stati Uniti, vi è un’elevata quantità di petrolio pronta ad essere esportata dall’Iran. In questo contesto, l’accordo nucleare con l’Iran potrebbe cambiare la situazione sui mercati petroliferi.

L’accordo sul nucleare continuerà ad essere pieno di insidie, in particolare fino a giugno, e le sanzioni non sono suscettibili di essere del tutto immediatamente abrogate. Non posso commentare l’impatto geopolitico di tale accordo, ma da un punto di vista economico, l’Iran potrebbe esercitare ulteriori pressioni per aumentare la produzione di petrolio. Il nostro team sull’OIL stima che, a partire dal 2016, saranno 300 000 b/g i barili esportati dall’Iran. Un dato che potrebbe salire a più di 2 milioni b/g.

Qualunque cosa accada, le scorte di petrolio sono già a livelli record (negli Stati Uniti sono ai massimi dal 1930). Anche se la capacità di produzione di petrolio diminuirà, sono necessari diversi anni per ridurre significativamente le scorte dopo un lungo periodo di investimenti nella capacità di produzione di petrolio. E’, tuttavia, innegabile che la capacità di ridurre rapidamente la produzione sia aumentata con lo sviluppo della tecnologia legata al petrolio di scisto. Ma anche qualora l’equilibrio domanda-offerta fosse ripristinato nel 2016, sarebbe necessario del tempo per ridurre le scorte di petrolio.

Inoltre, l’impennata dei prezzi del petrolio dopo la crisi finanziaria rischia di essere un evento anomalo. Infatti, durante 200 anni, il prezzo del petrolio non è mai aumentato durante una fase di deleveraging del settore privato. Il consensus potrebbe, dunque, sbagliarsi nello stimare un rimbalzo significativo del petrolio nell’H2.

Se così fosse, sarebbe una buona notizia per l’economia globale, e per i consumi in particolare. Questa settimana, il nostro team Automotive ha sottolineato che le vendite di automobili in Spagna sono aumentate del 41% a marzo, mentre in Francia la domanda di automobili ha superato le aspettative, con un rialzo del 9%, segno di un recupero in corso nell’area Euro.

L’impatto sulle società è più tenue. Infatti, a livello aggregato, gli earning societari non hanno ancora beneficiato del basso prezzo del petrolio. Analizzando i dati macro, appare evidente che il calo del prezzo del petrolio colpisce, in prima battuta, i profitti delle compagnie petrolifere e solo successivamente si registrano effetti positivi sui margini di società attive in altri settori, tra cui quelle che producono beni di consumo. Alla luce di ciò, continuiamo a stimare un rialzo dei margini delle imprese dell’Eurozona, un trend che beneficerà, inoltre, del calo dell’imposta societaria in alcuni paesi (tra cui la Francia) e del deprezzamento dell’euro. Ad esempio, l’INSEE ha annunciato la scorsa settimana che i margini delle società francesi potrebbero ritrovare i livelli pre-crisi già quest’anno, principalmente grazie al contributo positivo del prezzo del petrolio.

L’apprezzamento del dollaro non è, invece, una buona notizia per le società americane. La settimana scorsa, l’indice ISM manifatturiero ha registrato un calo superiore alle stime attestandosi al livello più basso da maggio, 2013. Negativamente influenzato dall’andamento delle condizioni climatiche, il dato conferma che la crescita degli Stati Uniti nel Q1 sarà molto bassa (la Fed di Atlanta non stima che la locomotiva americana possa crescere nel Q1). Il punto principale è riuscire a capire l’ampiezza del rimbalzo dell’economia americana nei prossimi mesi, una questione difficile da risolvere alla luce, anche, del calo dei guadagni di produttività.

Dopo aver sottolineato, ad inizio anno, l’impatto positivo del crollo dei prezzi delle materie prime sull’andamento dell’economia mondiale e sul comportamento delle banche centrali, riteniamo che un ulteriore calo del petrolio nel Q2 potrebbe essere un evento positivo per i consumi dei paesi sviluppati. Tuttavia, nonostante il miglioramento della redditività, rimaniamo prudenti sulla capacità d’investimento delle società europee. Il loro pricing power è debole e l’Europa non offre migliori prospettive macro per investire. Per quanto riguarda l’inflazione, al di là degli effetti di base che determineranno un rialzo dell’inflazione nei paesi sviluppati, qualora il petrolio non registri un rimbalzo, l’inflazione potrebbe registrare un calo, maggiore di quanto atteso dal consensus, da metà 2016. Qualora ciò dovesse verificarsi, la BCE dovrebbe far fronte ad una situazione delicata a settembre 2016, data alla quale è prevista la conclusione del suo QE.

 
 

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