Mercati di Frontiera: i driver di crescita resistono

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di Finanza Operativa 22 Luglio 2015 | 14:00

di Oliver Bell, gestore del fondo T. Rowe Price Frontier Markets Equity

Negli ultimi 12 mesi, i Mercati di Frontiera hanno dovuto affrontare molti ostacoli. Ciò che ci ha colpito è stata però la resilienza di questa asset class. Sebbene infatti l’azionario dei Mercati di Frontiera abbia perso il 13% nel 2014 e sia attualmente in calo del 3% nel 2015, non bisogna dimenticare che il 40% dell’Indice MSCI Frontier Markets è composto da società legate al settore del petrolio. Dato che il prezzo del greggio si è in pratica dimezzato in questo periodo di tempo, questo dimostra la flessibilità dei Mercati di Frontiera e la solidità dei fondamentali di crescita, orientati sul mercato interno.

Guardando al futuro, vediamo alcuni fattori interessanti per gli investitori, specificamente le prossime elezioni e gli sviluppi politici. Naturalmente, l’Argentina è il primo Paese da citare. Se il successore di Cristina Kirchner dovesse aprire i mercati del capitale, ci aspettiamo flussi di investimenti in arrivo. Di recente abbiamo anche assistito a elezioni pacifiche in Nigeria, con il passaggio di potere all’opposizione. Il nuovo leader deve ancora annunciare i componenti del Governo, ma sta effettuando uno screening rigoroso dei candidati per evitare qualsiasi segnale di coinvolgimento in casi di corruzione. Questo è un segnale molto positivo: riteniamo che ci sarà ulteriore chiarezza verso la fine dell’estate.

Un altro Paese da osservare è lo Sri Lanka, che ha da poco sciolto il Parlamento per andare a nuove elezioni in agosto. Il risultato più probabile è un Governo di unità nazionale per una durata di tre anni, che sarà più inclusivo, coinvolgendo maggiormente nella società i Tamil e i musulmani. Negli ultimi cinque anni, gli investimenti verso lo Sri Lanka sono arrivati principalmente dalla Cina, ma questo Governo cercherà di attrarre capitali da Paesi come India, Regno Unito e Stati Uniti.

E’ poi importante citare il Pakistan. Il Paese continua a mostrare molti segnali di forza, dal quadro politico stabile alla forte crescita, alla bassa inflazione. Inoltre, è stato un grande beneficiario del basso prezzo del petrolio. Allargando lo sguardo, in Bangladesh, dopo sei mesi di proteste, il contesto politico sta migliorando. Anche in Romania stiamo osservando una migliore gestione macro, mentre l’Arabia Saudita si sta aprendo al mondo e il Vietnam sta rimuovendo le restrizioni che limitano le quote di partecipazione straniera in società locali, procedendo caso per caso.

E’ chiaro quindi che stiamo assistendo a sviluppi positivi in tutto lo spazio dei Mercati di Frontiera. Ci sono otto Paesi dove abbiamo più dell’8% del portafoglio investito, in termini assoluti: Argentina, Vietnam, Kenya, Arabia Saudita, Pakistan, Nigeria, Kuwait e Sri Lanka. Tutti ospitano società interessanti, per ragioni specifiche. Sebbene siano tutti Paesi interessanti, per tante ragioni, la liquidità resta un problema per i grandi fondi di investimento, sia globali sia focalizzati sui Mercati Emergenti. Il problema è meno importante per il Pakistan, e anche l’Argentina e l’Arabia Saudita offrono livelli di liquidità ragionevoli. Dopo l’attuazione a settembre del provvedimento di rimozione dei limiti sulle partecipazioni straniere, anche il Vietnam dovrebbe migliorare.

Il risvolto positivo della relatività illiquidità e dell’incapacità da parte dei grandi fondi di accedere ai listini e ai mercati di questi Paesi è che i Mercati di Frontiera restano un’asset class decorrelata. Nel caso in cui i Mercati Emergenti dovessero continuare a registrare deflussi di capitali, sarà difficile però che ciò possa pesare significativamente sui Mercati di Frontiera, poiché i grandi investitori non hanno una vera presenza radicata in questa asset class – a differenza di quanto visto nell’area MENA (Middle East & North Africa) nel 2008.

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