India, risultati aziendali sotto le attese

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di Finanza Operativa 29 Giugno 2015 | 16:30

A cura di Raiffeisen Capital Management
Cina. Dal punto di vista dei fondamentali c’è poco di nuovo da dire sull’economia cinese. Per il momento, lo scenario più probabile rimane piuttosto quello di un “atterraggio morbido” della congiuntura. Nel frattempo, il governo cinese intensifica gli sforzi per vedere maggiormente rappresentata in futuro la propria moneta nel paniere del FMI e avere un ruolo più ampio all’interno dell’istituzione internazionale. Parallelamente, la Cina sta portando avanti, in parte da sola e in parte in collaborazione con la Russia e l’India, la creazione di organizzazioni finanziarie multinazionali. Ufficialmente queste non dovrebbero essere un’alternativa a FMI e Banca mondiale, ma potrebbero senz’altro diventarne una, se le nazioni industriali occidentali (e in particolare gli USA) continuassero a negare ai paesi emergenti un’influenza e un peso maggiore.
Il continuo rally dei corsi a Shanghai e Shenzhen continua a essere più che opinabile dal punto di vista dei fondamentali e mostra sempre più elementi di esagerazioni speculative. Tuttavia, può ancora perdurare, perché alcune case d’investimento importanti e “index providers” internazionali contemplano o meglio pianificano concretamente di considerare molto di più che in passato le azioni A cinesi in seguito all’apertura dei mercati agli investitori esteri. Questo potrebbe attrarre altro capitale da parte degli investitori passivi, in modo ampiamente indipendente da valutazioni o prospettive di rendimento. Anche questo, tuttavia, non sarà in grado di sostituirsi alla lunga alla mancanza di un sostegno fondamentale di molte quotazioni azionarie cinesi. In ogni momento sono dunque possibili dei forti contraccolpi e di fronte all’evidente febbre speculativa di una parte degli investitori cinesi è sempre più probabile. Le azioni quotate sul continente (azioni A) a maggio hanno guadagnato quasi il 4%, mentre le azioni H di Hong Kong hanno ceduto un po’.
India. Nell’ultimo anno fiscale (2014/2015) l’economia indiana è cresciuta del 7,3%. Il trend inflazionistico, intanto, sta ancora leggermente puntando al ribasso. Un punto negativo è il deficit della bilancia commerciale ancora abbastanza alto, nonostante la normalizzazione delle importazioni di oro e un prezzo del petrolio molto inferiore rispetto agli anni passati. A livello politico c’è stato relativamente poco movimento; tutti gli occhi ora sono puntati sulla riunione della banca centrale di giugno. Dopo due mesi abbastanza deboli, a maggio gli indici azionari indiani sono di nuovo leggermente saliti, contrariamente al trend globale. Tuttavia, i risultati aziendali sono stati, senza eccezioni, ancora inferiori alle attese e al momento offrono poco sostegno ai corsi.
Brasile. L’economia del Brasile è rallentata nel primo trimestre, ma con lo 0,2% meno di quanto previsto dagli analisti (-0,5%). Tuttavia, questo è dovuto anche a una forte accumulazione delle scorte, cosicché bisognerà aspettare l’andamento del secondo trimestre. Il governo ha annunciato forti tagli della spesa pubblica per rimettere in ordine in qualche modo le finanze. Intanto, la recessione sta lasciando evidenti segni anche sul mercato del lavoro; il tasso di disoccupazione è salito al 6,4%, il livello più alto da 4 anni. Dall’inizio dell’anno la valuta brasiliana è, insieme alla lira turca, la più debole con una perdita di circa 11% rispetto al dollaro USA e si sta scontando un ulteriore svalutazione del 10% fino alla fine dell’anno. Ad ogni modo, la bilancia commerciale ha fatto registrare nel frattempo un lieve miglioramento. Contemporaneamente, la banca centrale persegue fermamente il proprio obiettivo di contenere l’inflazione troppo alta e ciò metterà sotto altra pressione la congiuntura anche nei prossimi trimestri. Nel secondo o terzo trimestre il Brasile potrebbe raggiungere il minimo ciclico. Dopo i forti rialzi dei corsi dei mesi passati, a maggio l’indice azionario Bovespa ha messo la retromarcia e ha perso il 6% circa.
Russia. Nel 1° trimestre del 2015, la bilancia delle partite correnti della Russia ha registrato un avanzo superiore al trimestre precedente con il 3,4% del PIL, nonostante il crollo del prezzo del petrolio. Ciò è dovuto al forte calo delle importazioni, calcolato in dollari USA, e all’andamento forte delle esportazioni al di fuori del settore dell’energia. Rispetto all’ultimo trimestre del 2014 sono diminuiti nettamente anche i deflussi dei capitali. Per la Russia è stato senza dubbio anche positivo la forte ripresa del prezzo del petrolio delle ultime settimane, anche se la sostenibilità di questa ripresa sembra essere ancora molto discutibile.
Intanto, la banca centrale e il ministero delle finanze russe hanno compiuto un’interessante svolta e sono intervenuti addirittura contro il rublo.
La banca centrale russa nella sua prossima riunione potrebbe nuovamente abbassare il tasso guida, se fino allora il rublo dovesse svalutarsi ancora nettamente. Contemporaneamente, i dati congiunturali più deboli di aprile, in particolare per il commercio al dettaglio, hanno evidenziato che è ancora troppo presto per dire che i problemi per l’economia russa siano finiti. Questo è valido soprattutto perché l’occidente invia segnali contraddittori riguardo alla crisi ucraina. Da un lato, il presidente Obama ha minacciato nuove sanzioni durante il vertice del G7, dall’altro, il ministro degli esteri USA ha usato per la prima volta toni più moderati dopo gli intensi colloqui con il presidente Putin, fino al fatto che “ora bisognerà incoraggiare anche Kiev ad attuare gli accordi di Minsk 2”.
Quasi allo stesso tempo il presidente ucraino ha inasprito la sua retorica di guerra e l’intensità degli scontri militari nell’Ucraina dell’est è significativamente aumentata, nonostante la tregua ancora ufficialmente valida. Le obbligazioni russe sono rimaste stabili a maggio e la performance è stata senza dubbio determinata dal rublo. Il mercato azionario russo ha ceduto in linea con il prezzo del petrolio leggermente più debole, l’indice MICEX ha perso quasi il 5% e hanno perso in particolare i grandi titoli del petrolio e del gas.

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