Meglio l’azionario europeo di quello Usa: la view di Anima

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di Finanza Operativa 8 Gennaio 2016 | 15:00

A cura di Anima Sgr
Il meglio del bull markets è alle spalle? Troppo presto per dirlo, in quanto all’orizzonte potranno presentarsi sorprese positive e negative. Dopo un 2015 di ricostituzione della volatilità sui mercati, ci aspettiamo che le fasi di tensione e nervosismo anche nel 2016 si possano mantenere su livelli elevati. Tuttavia, la maggiore chiarezza sulle modalità di rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve – all’indomani dell’attesissimo meeting dello scorso 16 dicembre – e sulla determinazione delle politiche espansive di Bce e BoJ – nonché l’uniformarsi delle previsioni sulle principali economie – dovrebbero impedire gli “scoppi” di volatilità che hanno caratterizzato l’intero corso del 2015, con un vero e proprio picco a partire dalla scorsa estate, dopo la prima correzione del mercato azionario cinese.
La fine dell’era glaciale dei tassi invoca prudenza. Anche per il primo trimestre del 2016, in termini relativi, continuiamo a preferire i mercati europei rispetto a quello americano, in quanto quest’ultimo dovrà fare i conti, nei prossimi mesi, con una politica monetaria meno favorevole. La Fed durante la riunione di dicembre ha aumentato i tassi di 25 punti base a quota 0,25%. Si tratta della prima misura rialzista in quasi dieci anni, arrivata dopo sette di stabilità dei tassi al livello 0. Inoltre, la Fed ha dato anche qualche dritta rispetto a quella che potrebbe essere la prevedibile evoluzione della stretta monetaria nei prossimi anni: stando alle indicazioni offerte, nel 2016 si dovrebbe assistere a quattro rialzi dei tassi e altrettanti nel 2017. La parola chiave della Fed è stata “gradualità” e soprattutto, garanzia di scelte dipendenti dai dati economici domestici relativi all’andamento dell’economia, tasso di inflazione e  mercato del lavoro.
La Fed, del resto, ha ritenuto fosse arrivato il momento giusto per alzare i tassi al fine di dimostrare come la fase di emergenza sia ormai alle spalle, avendo giudicato il miglioramento sul mercato del lavoro considerevole ed essendo  ragionevolmente fiduciosa che l’inflazione possa raggiungere il target del 2% nel medio termine. Ma la distanza fra il livello dell’inflazione corrente e il target impone che l’aggiustamento della politica monetaria sia subordinato al progresso realizzato e atteso verso quel target; progresso da valutarsi avendo riguardo a un ampio set di variabili economiche e finanziarie, includendo gli sviluppi internazionali. In pratica, ciò significa che, per fare un esempio, non avremo quattro rialzi dei tassi nel nuovo anno nel caso in cui il prezzo del petrolio dovesse scendere verso i 20 dollari.
Per ora, la reazione dei mercati al primo aumento dei tassi è stata molto costruttiva e anche l’indice azionario  americano ha reagito positivamente. L’approccio nei confronti della Borsa americana si conferma ancora più prudente, in quanto dettato dal fatto che ormai i listini americani sono entrati in una fase più matura, ma soprattutto alla luce della normalizzazione politica monetaria e di un dollaro forte che dovrebbero impedire significativi rialzi. Perciò, per l’inizio del 2016 viene ribadita la preferenza per i listini del Vecchio Continente, che si ritiene possano avere ancora margini di apprezzamento e possano proseguire su livelli superiori agli attuali, nonostante il rischio volatilità e le tensioni geo-politiche ancora non smorzate.
In particolare, a supportare le Borse europee è ancora la combinazione di una serie di fattori: quadro economico in graduale miglioramento; politica monetaria della Bce molto accomodante; indebolimento o comunque stabilizzazione dell’Euro contro dollaro; recupero delle economie semiperiferiche (ovvero in Italia e in Spagna). Il giudizio sulle Borse emergenti rimane invece negativo e restano sorvegliate speciali. Nonostante dalla Cina arrivino segnali di  stabilizzazione, molte economie emergenti risultano ancora in rallentamento, i margini societari sotto pressione e le stime sugli utili comunque a rischio di revisioni negative. Le valutazioni sono attraenti ma è difficile contare su una significativa espansione dei multipli prima di intravedere la ripresa della crescita economica, che si manifesterà in  modo graduale, una volta “digerita” la stretta monetaria della Fed. Infine, per quanto riguarda il mercato azionario giapponese, va tenuto presente che in Giappone la congiuntura domestica resta stabile a fronte di una congiuntura esterna in rallentamento nell’area asiatica.
Con uno Yen stabilmente debole vendite e profitti saranno in rallentamento, ma crescita e valutazioni rimarranno attraenti, almeno in relativo. Il progresso della rivitalizzazione economica, i tagli delle tasse per le società e il potenziale ulteriore easing monetario attesi per sostenere il mercato a inizio anno, lasceranno poi spazio all’exit strategy e alla tassa sui consumi verso la fine del 2016. Da tenere sotto controllo nel futuro prossimo la dinamica delle commodities, in quanto i fondamentali non suggeriscono ancora l’acquisto; in ottica storica la sottoperformance appare tuttavia eclatante e i prossimi trimestri potrebbero offrire opportunità per costruire all’interno dei portafogli azionari posizioni in un orizzonte di medio/lungo periodo. Del resto il 2015 verrà ricordato come l’anno del continuo calo del prezzo del petrolio. Ciò è accaduto per diverse ragioni, ma in particolare dopo la decisione dell’Arabia Saudita di proporre il greggio a prezzi sempre più bassi dopo che gli Stati Uniti hanno cominciato a produrre petrolio da fonti alternative (shale oil) per diminuire la dipendenza dall’estero.

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