Cina? Keep calm and carry on

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di Finanza Operativa 22 Gennaio 2016 | 12:30

di Yuchen Xia, Portfolio Manager di MoneyFarm

Gli investitori pensavano di aver visto tutto nel 2015, ma si sbagliavano, come dimostrato dalle prime settimane del 2016. Dal punto di vista geopolitico, alle tensioni preesistenti, si sono aggiunte quelle tra Arabia Saudita e Iran che hanno interrotto le loro relazioni diplomatiche, e tra l’Occidente e Corea de Nord, per via della bomba a idrogeno fatta esplodere da quest’ultima.

I mercati hanno conosciuto il peggior inizio anno da vent’anni a questa parte: dal primo giorno dell’anno lo S&P 500 ha perso il 6%, l’Eurostoxx circa il 10%, il prezzo del petrolio è crollato sotto i 30 dollari al barile e la sua discesa sembra non arrestarsi.

Ma è stata la Cina a preoccupare maggiormente gli investitori, non solo perché il suo mercato azionario è stato il peggiore finora (-18% da inizio anno), ma perché è stato necessario fermare le contrattazioni in due occasioni per eccesso di ribasso (-7%), lo Yuan ha continuato a deprezzarsi e la produzione è tornata ai livelli del 2009. Si tratta quindi di un momento delicato per il mondo degli investimenti finanziari ma è importante soppesare ogni elemento, distinguere i rumors dai temi davvero importanti per gli investitori.

Le cause del sell-off Guardando al crollo dell’equity dei primi giorni dell’anno, rintracciamo le tre cause principali che lo hanno determinato. Prima di tutto, i nuovi dati sulla produzione, con un PMI (il Purchasing manager’s index) a 49,7, che ha confermato la contrazione dell’industria cinese e spaventato gli investitori a livello globale.

Segue poi la pianificazione del termine oltre il quale gli azionisti non avrebbero più potuto vendere le loro azioni. Molti investitori, consci del fatto che la rimozione di tale termine avrebbe portato ad un significativo declino del mercato azionario, si sono mossi in anticipo prima della data ufficiale del 26 gennaio. Di conseguenza il governo cinese, per stabilizzare il mercato e correre ai ripari, ha dovuto ritardare il termine.

Terza causa del sell-off, il recente inserimento del circuit-breaker, un meccanismo che prevede una sospensione di 15 minuti delle contrattazioni quando l’indice di riferimento di Borsa sale o scende più del 5%, e la chiusura anticipata quando sale o scende di oltre il 7%.

Tale meccanismo servirebbe a riportare la calma in casi di particolari scossoni dei mercati ma nel caso cinese, è accaduto l’esatto opposto scatenando un’ondata di vendite prima che le contrattazioni venissero sospese. Il circuit-breaker non ha fatto altro che accentuare il nervosismo dei mercati, per cui le autorità cinesi hanno deciso di sospenderlo.

Circuit breakers: veloce ma non indolore. Si potrebbe sostenere che la significativa contrazione dell’economia cinese sia dovuta in gran parte a causa di interventi maldestri da parte dei regolatori finanziari inesperti del Paese, piuttosto che dai fondamentali. Il 2016 non sarà un anno facile e i dati non sono certo rosei ma va ricordato che sono comunque in linea con le aspettative.

Secondo uno studio condotto da The Hong Kong Securities and Futures Commission, vi è la possibilità che i circuit-breakers siano in grado di “accelerare” i prezzi verso i limiti creando un “effetto magnete”. Questo è esattamente quanto accaduto nel corso dei 4 giorni in cui il sistema del circuit-breaker era attivo.

Il primo effetto magnetico sembra essere scattato nel momento in cui l’indice ha registrato un -4% con gli investitori che cercavano di vendere prima della sospensione delle contrattazioni. Una volta attiva la sospensione e riprese le contrattazioni, si è manifestato un nuovo effetto magnetico che ha portato fino al -7%.

In generale tale sistema dovrebbe essere applicato sono in casi estremi ed è evidente che ci siano state gravi falle nella sua progettazione.

In primo luogo, il divario tra i livelli del 5% e del 7% è troppo ridotto per non far scattare facilmente un effetto calamita. Per questo, ad esempio, la SEC ha previsto per l’indice S&P 500 soglie al 7%, 13% e 20%. I mercati azionari degli USA sono molto più maturi se confrontati con quelli della Cina perciò, proprio in ragione di questo, sarebbe più opportuno partire da una sospensione delle contrattazioni almeno in linea con quanto avviene nel mercato americano.

Tuttavia, i mercati cinesi probabilmente non avrebbero perfomato bene a prescindere dai circuit-breakers. A differenza di mercati mondiali come Stati Uniti e Europa, in Cina il settore della gestione del risparmio è ancora immaturo, gli scambi azionari sono dominati dagli investitori al dettaglio e dai loro investimenti a breve termine, con conseguenti squilibri e facili momenti di panico. Inoltre, per quanto riguarda la gran parte dei titoli i blue chip, la maggioranza delle azioni sono detenute da azionisti del governo e quasi mai sono oggetto di scambi.

In sostanza, il sell-off che ha interessato la Cina non deriva soltanto da gravi problematiche, quanto dall’immaturità di un mercato che ancora non sa come reagire. La sospensione delle contrattazioni avvenuta in due occasioni poteva quindi essere evitata, ricorrendo ad un meccanismo di volatilità controllata meglio progettato.

Transizione difficile ma sostenibile. Per ora, l’effetto domino del mercato azionario della Cina sul resto del mondo, è ancora piuttosto limitato, essendo pochi gli investitori al di fuori della Cina che hanno esposizione diretta al mercato azionario domestico. Fondamentalmente non è cambiato molto dalla fine 2015, pertanto gli eventi della scorsa settimana non devono essere considerati come l’inizio di un mercato Orso. Per ora, i cali hanno più a che fare con il sentiment che con la sostanza.

La volatilità del mercato cinese è frutto delle sue riforme economiche e di un delicato momento di transizione verso una crescita più lenta ma sostenibile. Pertanto, le forti oscillazioni sui mercati cinesi saranno destinate a ripetersi ma senza per questo dover destare particolari preoccupazioni.

Probabilmente, la minaccia più grande arriverà dalla perdita di valore della valuta cinese (RMB), che il 7 gennaio 2016, ha raggiunto il livello più basso dal 2011. Le riserve in valuta estera sono state ridotte di $ 108.000.000.000 nel mese di dicembre, ben più del previsto, innescando una serie di svalutazioni competitive tra le altre nazioni, soprattutto nei mercati emergenti. Dal il contesto attuale, gli investitori dovranno guardare ai fondamentali senza permettere al resto di offuscare obiettivi e strategie di lungo termine.

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