Brexit, le preoccupazioni potrebbero aumentare

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di Finanza Operativa 28 Gennaio 2016 | 15:00

A cura di Hans Bevers, Senior Economist, Degroof Petercam Am
Esattamente tre anni fa, il primo ministro britannico, David Cameron, aveva promesso di rinegoziare condizioni più favorevoli in relazione alla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, sottoponendo poi questo piano ai cittadini in un referendum. Quest’ultimo potrebbe svolgersi in qualunque momento entro fine 2017, ma Cameron vorrebbe stringere i tempi.
La prossima riunione del Consiglio Europeo, prevista per il 18 e il 19 febbraio, è in tal senso importante. Un accordo, infatti, consentirebbe a Cameron di lanciare una campagna per far rimanere il Regno Unito nell’UE e di indire il referendum già quest’estate.
I sondaggi più recenti suggeriscono una (piccola) maggioranza per il campo di chi è a favore dell’uscita dall’UE. Tuttavia, il risultato finale dipenderà principalmente da ciò che il Regno Unito riuscirà ad ottenere dai negoziati in merito alla governance economica, alla competitività del mercato, all’immigrazione e alla sovranità. Le richieste britanniche non sono affatto banali a tale proposito e sembra improbabile che le autorità europee accetteranno facilmente.
Allo stesso tempo, Cameron è disposto a mostrare di saper giocare duro, per evitare di ricevere ex post accuse sul fatto che non stesse chiedendo molto. Pertanto, è probabile che il dibattito si intensificherà nelle settimane e nei mesi a venire.
La burocrazia e la regolamentazione dell’Unione Europea sono percepiti in larga parte come costosi e inefficienti e la recente crisi dell’Eurozona e dei migranti, insieme alle prospettive imprevedibili a lungo termine sul progetto europeo, hanno smorzato ancora di più l’entusiasmo circa la permanenza nell’UE. Detto ciò, il Regno Unito non vuole neppure rimanerne completamente fuori. Dopo tutto, avere accesso al mercato comune è importante per Londra, con l’UE che conta per più del 50% degli scambi commerciali. Questo delicato equilibrio si riflette nell’ampio uso di clausole opt-out che il Paese ha negoziato negli anni.
Alcuni esempi sono l’esclusione della sterlina dal Meccanismo di Cambio Europeo (MCE) nel 1978, prerequisito per l’adozione dell’euro, e la non adesione all’accordo di Schengen nel 1995. Quello dei rifugiati è un grande tema. Il Regno Unito vorrebbe vedere un controllo numerico dei migranti all’interno dell’UE o delle restrizioni dei benefici accordati ai lavoratori migranti (come i crediti d’imposta), tuttavia tali richieste potrebbero essere difficili da accettare per l’Unione.
Nel complesso, l’impatto macroeconomico derivante da una Brexit è difficile da quantificare. Questo perché ci sono diverse incognite e i modelli macro non sono in grado di cogliere i diversi canali attraverso i quali una Brexit avrebbe un impatto sull’economia. Gran parte degli studi, tuttavia, ritiene che l’impatto di medio termine sul Regno Unito sarebbe negativo e significativo (con il più pessimistico degli scenari che suggerisce una perdita permanente di oltre il 10% del PIL). L’impatto diretto sull’attività economica dell’UE sarebbe invece più modesto. Ciò detto, il danno reputazionale sarebbe grave e aggiungerebbe ulteriori sfide a quello che sembra già essere un progetto europeo sempre più fragile.
Alcuni osservatori sostengono poi che il quadro pessimistico mostrato da alcuni sondaggi dovrebbe essere preso con le pinze dopo il fiasco delle urne dello scorso anno. Inoltre, ritengono che la campagna di Cameron in vista del referendum convincerà la maggioranza dei cittadini britannici a continuare a far parte dell’Unione Europea. Questo perché un voto a favore dell’uscita costituirebbe un salto nel buio. Noi siamo tendenzialmente d’accordo con questa teoria.  Detto ciò, i prossimi negoziati sembrano destinati a diventare difficili e c’è molto in gioco. I rischi restano elevati e la gestione della crisi dei rifugiati nei prossimi mesi potrebbe costituire un importante fattore di instabilità. I rischi sulla sterlina, pertanto, restano al ribasso.

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