Gennaio 2016: inizio di un “bear market”?

A
A
A
di Finanza Operativa 28 Gennaio 2016 | 15:30

A cura di Neil Dwane, Global Strategist e CIO Equity Europe di AllianzGI
Molti listini azionari sono ora in territorio ribassista, avendo ceduto oltre il 20% dai massimi, e il nuovo anno è iniziato molto peggio del previsto. Ma le prospettive e le opportunità di investimento per il 2016 sono davvero cambiate? Ciò che fa la differenza in questi momenti è avere un approccio attivo.
Un approccio attivo. Nei mercati “orso” le fasi di rialzo sono più prolungate di quelle di ribasso, ma le cadute sono sempre brusche. È quindi importante reagire e non lasciarsi travolgere dalla volatilità. Per superare indenni questo periodo di instabilità serve un approccio attivo che si distingue per tre caratteristiche principali:
– Agilità: per investire in titoli interessanti approfittando delle fasi di debolezza.
– Sicurezza del gestore: per creare Alpha nel lungo periodo, compensando l’impatto della volatilità.
– Rigore analitico: per individuare i titoli giusti per i portafogli e conseguire adeguati rendimenti ponderati per il rischio.
Ora che le Banche Centrali non sono più semplici referenti, ma soggetti attivi sui mercati, dovrebbero intervenire più spesso con dichiarazioni volte a tranquillizzare gli investitori. La PBOC lo fa già quotidianamente e la BCE continua a promettere che se necessario farà di più, come confermato ancora nella conferenza stampa odierna; quanto alla Fed, può offrire nuove linee di credito ad altre Banche Centrali per contrastare la mancanza di dollari. Forse l’orso ci attacca, ma la politica monetaria ci difenderà. E gli investitori con un orizzonte di lungo periodo che vogliono solidi rendimenti ponderati per il rischio possono raggiungere il loro scopo con un approccio attivo.
I fattori chiave per l’andamento dei mercati. Cina: rallentamento o ridistribuzione dei fattori di crescita? I dati sull’economia cinese, ancora scoraggianti, evidenziano nella migliore delle ipotesi gli stessi trend del 2015, cioè rallentamento di investimenti ed attività manifatturiera e stabilizzazione del tasso di crescita annuo dei consumi intorno all’11% circa. La fuga di capitali resta un problema per Pechino e, anche se la PBOC sta facendo del suo meglio, l’effetto netto della vendita delle riserve per fronteggiare i flussi in uscita è un contesto monetario ancora più restrittivo, dato anche il contesto di pressioni deflazionistiche. La situazione è esacerbata dalle preoccupazioni sull’implementazione degli interventi di politica monetaria, che si tratti di interventi sul cambio o di variazioni dei tassi di interesse.
Tuttavia, l’ipotesi di un crollo o di una sostanziale svalutazione del renminbi ci sembra eccessiva, in quanto non servirebbe a riequilibrare l’economia cinese e provocherebbe un’escalation della “guerra commerciale e delle valute”. All’inizio del nuovo anno, mentre le autorità stanno ancora lavorando al prossimo piano quinquennale, non crediamo che la Cina rappresenterà un fattore positivo almeno fino al secondo semestre.
Petrolio: è terminata la corsa al ribasso del prezzo? Il petrolio continua a scendere più per le notizie di stampa allarmistiche sull’eccesso di offerta e il ritorno dell’Iran alla produzione che per altri motivi concreti. L’industria del petrolio esclusi Arabia Saudita, Russia e Iran è ora in grave difficoltà, a cominciare da Nigeria, Venezuela, Brasile e Messico. Lo shale oil americano continua a dimostrarsi più resiliente del previsto, ma in considerazione del crollo del numero di nuovi pozzi e della delicata posizione dei finanziamenti bancari al settore, riteniamo che l’offerta globale sia prossima al raggiungimento dei livelli massimi, in presenza di una domanda che, in un mondo a bassa crescita, resta invece invariata.
Di fronte alle posizioni corte degli speculatori su livelli record e ai chiari segnali di resa dei trader che liquidano le azioni del settore, gli investimenti, il capex e gli attuali livelli di produzione non sembrano sostenibili ai prezzi correnti. Inoltre, la situazione geopolitica in Medio Oriente resta tesa: Iran e Arabia Saudita sono arrivati allo scontro, Egitto e Turchia devono far fronte a crescenti problemi politici e l’ISIS ha preso di mira tutti i territori islamici nel mondo. Il rischio di uno shock dell’offerta è quindi molto alto, ma ignorato dai mercati.
Politica monetaria USA e dollaro: rimane determinante il ruolo della Fed Decidendosi ad avviare finalmente il processo di inasprimento proprio in un momento di rallentamento congiunturale e debolezza del credito, la Federal Reserve ha alimentato l’incertezza sull’andamento dei tassi di interesse nel 2016, come dimostra la notevole differenza tra le previsioni dei membri dell’istituto (i famosi “dot”) e quelle implicite nei mercati dei future. In ogni caso, in vista di ulteriori rialzi dei tassi, il dollaro Usa resta forte, così come l’oro, sostenuto dalla corsa verso i beni rifugio degli investitori avversi al rischio, che frenerà sempre più le economie emergenti, le commodity e il debito non statunitense denominato in dollari. Se gli speculatori sono già lunghi dollaro e corti euro, yen e valute dei Paesi emergenti, il dollaro forte penalizza tutti e la crescita dell’economia mondiale risulta ora, in USD, inferiore del 6% rispetto a quella dell’anno scorso, pari al 3%.
Altro motivo di preoccupazione è la possibile carenza di dollari nei sistema bancari asiatici ed europei, che hanno erogato molti dei finanziamenti in eurodollari ai Paesi emergenti, alle società commerciali, ai produttori di materie prime e alla Cina. Nonostante il QE in Europa e il QQE in Giappone, il mondo ha bisogno di dollari in un momento in cui l’inasprimento monetario della Fed ha portato a un aumento del tasso sui Fed funds. Non sarà certo facile convincere la Fed a cambiare rotta subito dopo il primo rialzo dei tassi, ma speriamo che la scarsità di dollari sarà temporanea grazie ai contratti swap fuori mercato con varie Banche Centrali.
Le prospettive degli utili societari La pubblicazione dei bilanci ha appena preso il via in tutto il mondo, destando grande interesse. Gli utili delle aziende americane risentono della forza della valuta, ma beneficiano delle ingenti operazioni di buyback; l’Europa sembra godere di buona salute, se si esclude l’ampia esposizione all’industria petrolifera e mineraria. L’Asia invece attraversa un periodo di debolezza in quanto il settore manifatturiero soffre di forti pressioni sui prezzi, di un eccesso di scorte e di un rallentamento della domanda di tecnologie di consumo.
L’attività di M&A finora è stata molto vivace, soprattutto in ambito tecnologico e sanitario. Le previsioni di utili riflettono un grande ottimismo e saranno inevitabilmente riviste al ribasso, data la debolezza economica e il calo della fiducia sui mercati; in alcuni casi tali riduzioni saranno razionalizzate solo a posteriori. Anche alcune notizie a livello dei singoli settori risultano negative per l’andamento dei mercati: pensiamo allo scandalo emissioni per l’auto, alle analisi dei crediti inesigibili per le banche italiane e al crollo dell’industria estrattiva.
Politica: i fattori determinanti I politici di tutto il mondo devono fare i conti con una serie di problemi sociali: l’austerità, il crollo delle valute, la corruzione, la svalutazione monetaria che influisce sulla qualità della vita, la guerra, le migrazioni, il referendum sull’UE nel Regno Unito e il crescente nazionalismo. Si tratta di fattori estremamente importanti, che possono alimentare l’incertezza di mercato in un momento in cui l’efficacia delle politiche monetarie e fiscali è messa in discussione.
Prezzi di mercato e vero valore dei titoli Si discute ormai da tempo della salute del mercato azionario. A causa dei frequent trader e dei modelli di negoziazione algoritmici non è possibile stabilire con certezza se i prezzi riflettono il vero valore dei titoli. Per effetto della regolamentazione successiva alla crisi finanziaria, che ha accelerato il ritiro dei market maker dalle piazze azionarie e obbligazionarie, i volumi sono sempre più unidirezionali, poiché sono gli algoritmi a decidere, in un batter d’occhio, se il momentum è positivo o negativo.
Forse molti investitori vedrebbero un sostanziale arretramento dei mercati azionari come un’ottima opportunità per comprare a prezzi più convenienti, con la prospettiva di una rivalutazione del capitale e un dividend yield allettante, ma la maggior parte preferirà evitare di assumersi altri rischi in un contesto ancora molto volatile e segnato da una marcata divergenza a livello politico. Visto che tanti fondi sovrani sono in difficoltà e gli assicuratori sono alle prese con Solvency II, il compratore di ultima istanza potrebbe aspettare che i corsi azionari scendano ancora.
Una maggiore avversione al rischio potrebbe ripercuotersi sui mercati obbligazionari corporate ed emergenti, già caratterizzati da un contesto di illiquidità, in quanto gli investitori potrebbero essere maggiormente orientati verso il “fly to quality” e quindi verso le società con bilanci più solidi e a maggiore capitalizzazione. Le valutazioni azionarie dovranno forse adeguarsi agli utili più bassi, alla volatilità dei cambi e al superamento del vecchio modello economico cinese, ma nel mondo si trovano ancora opportunità di crescita legate a nuovi mercati e a tecnologie “disruptive”, con la prospettiva di flussi di dividendi interessanti e sostenibili.

Vuoi ricevere le notizie di Bluerating direttamente nel tuo Inbox? Iscriviti alla nostra newsletter!

Condividi questo articolo

ARTICOLI CORRELATI

Non esiste bear market senza un bear market rally

Non siamo (ancora) in bear market

Bear Market in Sight

NEWSLETTER
Iscriviti
X