Il mondo ha bisogno di un dollaro debole: la view di Lemanik

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di Finanza Operativa 8 Febbraio 2016 | 12:30

“Il ciclo dell’economia mondiale è proiettato verso un periodo piuttosto difficile: l’economia Usa avrà una netta contrazione della crescita nei prossimi mesi, il Giappone tornerà in recessione, l’Eurozona inizierà a rallentare nuovamente. Tutte le economie emergenti rallenteranno ancora per i problemi cinesi e per il calo Usa. In questo scenario, le dichiarazioni di alcune Banche Centrali sullo stato dell’economia e sull’efficacia delle politiche monetarie in corso hanno indotto gli investitori a prendere rischi non compatibili con un contesto macro estremamente fragile e pericoloso. Rimango quindi convinto, che il mondo ha bisogno di un dollaro debole e che Bce e Boj devono lasciare le responsabilità della crescita alla politica economica onde evitare ulteriori danni globali derivanti da Qe praticamente inutili”. E’ questo il commento di Maurizio Novelli, gestore Lemanik global strategy fund, nel suo commento macroeconomico mensile.
“Non concordo sul fatto che la recente crisi dei mercati finanziari sia da attribuire al petrolio e al settore energy. Se fosse così le borse dovrebbero circoscrivere i ribassi solo al settore petrolifero e non a tutto il resto del mercato. I mercati hanno sempre interpretato il calo dei prezzi energetici come positivo per i consumi e l’economia, ma questa volta non c’è stata alcuna ripartenza. I veri problemi alla base della recente crisi dei mercati finanziari, pur protetti da politiche monetarie super espansive, sono da ricercare proprio nelle politiche monetarie e dalle conseguenze che hanno procurato”, dice Novelli.
In primo luogo, occorre tener presente che l’economia mondiale negli ultimi 30 anni non è mai stata trascinata da Europa e Giappone ma da Stati Uniti e Asia. Le politiche monetarie di Bce e Boj, invece, sono finalizzate a far ripartire una crescita interna in Ue e Giappone, ma a danno di Asia e Stati Uniti che sono invece i veri motori storici della domanda globale. Queste politiche monetarie in ordine sparso denotano una totale incapacità di leggere le dinamiche globali e portano le Banche Centrali a operare con una finalità prettamente domestica che però produce danni globali al fine di ottenere modesti benefici locali che vengono in breve tempo cancellati dai danni che si creano al resto del mondo. Le strategie monetarie di Bce e Boj vanno in questa direzione, procurando un rialzo del dollaro con minore crescita e più deflazione nel resto del mondo.
Il primo problema generato da questo meccanismo riguarda le ripercussioni sul sistema finanziario internazionale e l’impatto sull’economia cinese e asiatica. Il credito internazionale, sia attraverso il canale bancario che obbligazionario, è per circa all’80% in dollari, quindi un dollaro forte esercita un effetto restrittivo verso tutti coloro che sono indebitati nella divisa americana.
Un altro effetto deleterio delle politiche di Bce e Boj, che è sempre legato al procurato rialzo del dollaro, è il crollo delle materie prime e del petrolio. Il petrolio scende anche per un eccesso di offerta, ma è sempre stata evidente la correlazione inversa tra commodities e dollaro. Così, il dollaro forte accentua la caduta delle materie prime e le politiche monetarie di Bce e Boj non riescono a produrre inflazione, infilando il mondo in un rischio deflazionistico.
“Guardando il mondo attraverso questi meccanismi faccio seriamente molta fatica a liquidare il problema della recente volatilità sui mercati finanziari con la crisi del prezzo del petrolio. Anzi, ritengo che le problematiche siano estremamente più complesse e più serie di quanto si voglia far credere e che il prezzo del petrolio ne è solo una conseguenza ma non l’evento principale” spiega Novelli.
La Fed è in parte responsabile di questa situazione perché ha fatto credere che gli Stati Uniti potevano permettersi un rialzo dei tassi grazie ad una situazione economica solida. Peccato che “la situazione economica solida” si era già deteriorata da tempo e il rialzo dei tassi è arrivato quindi fuori tempo massimo: a oggi non si intravede un pronto recupero della crescita Usa nei prossimi mesi.
In sintesi, le prospettive per la crescita mondiale si sono decisamente deteriorate, le previsioni sui profitti delle società quotate dovranno essere ancora riviste al ribasso, mentre le politiche monetarie in ordine sparso non risolvono i problemi, anzi rischiano di peggiorarli.
La strategia d’investimento del Lemanik global strategy fund rimane quindi ancora negativa sulle prospettive dei mercati azionari mondiali che hanno interrotto il trend di rialzo e si apprestano ad affrontare le difficoltà di un ciclo economico internazionale che perde slancio anche in Europa e Giappone con i tassi negativi.
Attualmente abbiamo decisamente ridotto le posizioni short sui mercati azionari e ci troviamo a gestire una posizione long short con una net exposure flat di equity. Pensiamo che il dollaro sia in una fase di top e che una eventuale inversione avrebbe un impatto positivo su commodities, metalli preziosi e petrolio, ma i mercati più vulnerabili a tale inversione sarebbero coloro che hanno beneficiato delle svalutazioni competitive come Giappone ed Europa. Sono attesi recuperi tecnici dagli attuali livelli raggiunti ma la strategia rimane quella di riaprire posizioni short sui rally di una certa consistenza.
Il portafoglio obbligazionario del fondo evidenzia la sua maggiore esposizione al Treasury US (18%) con scadenze a 30 anni poiché riteniamo che l’attuale rallentamento economico in corso non sarà di breve periodo e l’anno elettorale in Usa porterà ad una impasse nella politica economica fino alle elezioni di Novembre. Quindi l’economia USA tenderà a ristagnare per tutto il 2016.

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