Ubp: “Per la Fed nessun aumento regolare dei tassi in vista”

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di Finanza Operativa 25 Febbraio 2016 | 14:00

di Patrice Gautry, Chief Economist di Union Bancaire Privée – UBP

I diversi timori che avevano assillato gli investitori da agosto scorso sono tornati alla ribalta sui mercati con gli scambi dei primi giorni dell’anno. In quali condizioni versa realmente l’economia cinese? Che cosa comporta la caduta dei prezzi del petrolio per la crescita mondiale? Lo scivolone delle materie prime potrebbe destabilizzare i mercati finanziari o alcuni Paesi? Il cattivo stato di salute del settore manifatturiero americano farà cadere in recessione la prima economia del mondo?

I Paesi sviluppati dovrebbero continuare a essere favoriti dal calo dei prezzi del petrolio, mentre le loro esportazioni sono prive di slancio da diversi trimestri, riflettendo la debole domanda mondiale. È presumibile che i consumi fungano da traino della congiuntura in questi Paesi, soprattutto negli Stati Uniti, tanto più che le famiglie hanno ricostituito i propri risparmi nel 2015. Gli ottimi dati del mercato del lavoro, l’aumento della domanda di credito e il livello di fiducia nel settore dei servizi inducono a ritenere che l’economia statunitense non dovrebbe entrare in recessione a breve termine, nonostante un settore industriale in difficoltà a causa della caduta del prezzo del greggio e, in misura minore, della forza del dollaro. È importante considerare che non è la flessione della domanda a spiegare la caduta dei prezzi, ma la sovrabbondanza dell’offerta. Tuttavia, gli effetti del calo dei prezzi preoccupano gli investitori, che a questo punto temono fallimenti a catena negli Stati Uniti e ripercussioni sul settore bancario.

In questo scenario, le politiche monetarie dovranno rimanere globalmente accomodanti. La flessione dei prezzi dell’energia mette fuori portata gli obiettivi d’inflazione, interferendo così con la normalizzazione appena avviata da parte della Fed, e minaccia la credibilità delle altre banche centrali. Di fronte ai rischi presenti nell’economia mondiale e allo scivolone dei mercati finanziari a inizio anno, è probabile che la Fed non aumenti regolarmente i tassi nei prossimi trimestri, contrariamente a quanto annunciato.

Tranne la Fed, le altre banche centrali saranno costrette a proporre altri aggiustamenti, per quanto la reale efficacia delle ultime misure adottate in Europa e in Giappone faccia sempre discutere. Se non riescono a spingere la domanda verso livelli più elevati, nuove iniezioni di liquidità dovrebbero calmare i timori sui mercati finanziari e quelli che tornano a pesare sul settore bancario.

Quanto all’economia cinese, poi, questa svolge un ruolo essenziale per l’attività mondiale perché ha contribuito a circa un terzo della crescita globale dallo scoppio della crisi nel 2008, quindi la frenata della Cina rischia di rimanere una fonte di preoccupazione per gli investitori nel corso dell’intero anno, poiché la transizione da un modello di crescita basato sulle esportazioni verso uno fondato su consumi e servizi rimane difficile. La frenata del Dragone alimenta la depressione osservata nel settore delle materie prime e pesa fortemente sulle prospettive degli altri Paesi emergenti. Inoltre, la normalizzazione dei tassi di riferimento americani e la mancanza di riforme strutturali costituiranno importanti freni per numerosi Paesi, mettendo dunque sotto pressione le loro valute e i conti con l’estero. L’affanno dell’attività induce infine a temere che il forte aumento del credito osservato dal 2008 sia all’origine di una crisi del credito, anche in Cina.

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