Volatilità elevata: che impatto ha sugli investitori?

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di Finanza Operativa 1 Marzo 2016 | 14:00

A cura del team Multi-Asset Investment di Schroders

Dopo quasi due anni e mezzo in cui i mercati sono stati stabilmente caratterizzati da un basso livello di volatilità, quest’ultima ha cominciato a crescere significativamente dall’estate del 2015. La ragione è da ritrovarsi nel deterioramento graduale dello scenario macroeconomico e nel quadro dei fondamentali degli ultimi mesi. Come conseguenza di questo cambiamento, abbiamo osservato una volatilità più alta della media nelle varie asset class globali, con picchi di maggiore  entità e frequenza.  In questo contesto, vale la pena sottolineare diverse dinamiche insite nei regimi di alta volatilità.

Sebbene ci siano ancora differenze nelle prospettive di crescita delle varie aree geografiche, uno scenario caratterizzato da alta volatilità è tipicamente associato a oscillazioni fortemente condizionate dal sentiment. Di conseguenza, gli effetti del contagio potrebbero essere più significativi del solito. Nonostante la differenza nei cicli economici sottostanti, nelle diverse aree geografiche la volatilità sui mercati azionari si è mossa con maggior sincronia nell’ultimo periodo di sell-off rispetto agli ultimi anni.

Nel valutare la volatilità, molti investitori si focalizzano sul suo valore assoluto in un determinato mercato e lo paragonano a quello di altri. Tuttavia, in questo modo non si considerano le differenze idiosincratiche tra i mercati. Per esempio, nella seconda settimana di gennaio, l’indice S&P 500 si era già mosso verso un alto livello di volatilità, mentre l’indice Nikkei 225 era ancora caratterizzato da un basso livello. È quindi importante valutare, in termini di volatilità, l’attrattività di ogni mercato rispetto alla sua storia specifica.

Dati i maggiori rischi di contagio associati ai regimi di alta volatilità, il fenomeno lead-lag potrebbe offrire opportunità per coperture del rischio meno costose. Per esempio, l’indice S&P 500 e l’indice DAX si sono mossi verso un regime di alta volatilità nelle prime due settimane di gennaio, mentre la volatilità sull’indice Nikkei era relativamente più controllata. Il listino giapponese si è poi velocemente adeguato agli altri. Si tratta di reazioni che generano opportunità per gli investitori.

Secondo le nostre ricerche, i dati o gli indicatori macroeconomici ad alta frequenza sono particolarmente preziosi durante periodi di alta volatilità, poiché in grado di catturare meglio le dinamiche di mercato guidate dal sentiment degli investitori. Per questo, suggeriamo di porre maggiore attenzione a tale tipologia di indicatori nel gestire le strategie sulle opzioni.

In conclusione, la nostra analisi suggerisce che l’attuale debolezza di mercato sia dovuta a un sentiment fragile da parte degli investitori: non dovrebbe dunque rappresentare l’inizio di un prolungato mercato ribassista o addirittura di una recessione. Tuttavia, siamo consapevoli che ci sia una certa noncuranza in termini di posizionamento sui mercati volatili, con gli investitori che si aspettano che le banche centrali si muoveranno in modo da assorbire nuovamente gli shock, mentre i fondamentali rimangono deboli. Per questo, a nostro avviso è ragionevole rimanere posizionati cautamente. La nostra propensione è quella di utilizzare livelli di volatilità implicita minori come opportunità per aggiungere posizioni di protezione ai nostri portafogli.

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