Evitata una nuova crisi greca: un ostacolo in meno per la zona Euro

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Finanza Operativa di Finanza Operativa 1 Giugno 2016 | 13:00

A cura di Amundi Asset Management

I ministri delle Finanze della zona Euro hanno approvato lo sblocco di una tranche di aiuti del valore di 10,3 miliardi di euro, 7,5 miliardi dei quali saranno versati a giugno per coprire le esigenze immediate della Grecia (in particolare, un ingente rimborso alla BCE a luglio). Questo accordo giunge dopo l’adozione da parte del Parlamento greco il 9 e il 22 maggio di una serie di misure, compreso l’aumento delle imposte, i tagli alle pensioni, la costituzione di un fondo di privatizzazione e misure per i debiti deteriorati detenuti dalle banche. Ciò che conta, soprattutto, è che i deputati greci hanno approvato il principio delle nuove misure di austerità che scatteranno automati-camente a partire dal 2018 se la Grecia non centrerà il suo obiettivo fiscale (avanzo primario pari al 3,5% del PIL). Quest’ultimo punto è stato necessario per mantenere aperta l’opzione – non la certezza – di una partecipazione del FMI al piano di aiuti, una richiesta priori-taria della Germania. Inoltre, il principio della futura ristrutturazione del debito greco, richiesto dal FMI, è stato accettato dagli europei (ma senza sgravi sul capitale), malgrado i particolari non siano ancora stati definiti e il piano non entri in vigore prima del 2018, data in cui si concluderà il piano di salvataggio.

Per ora, sventata una nuova crisi greca in aggiunta alla questione della Brexit…

La Grecia non riuscirà a centrare tutti gli obiettivi, non tutte le differenze tra il FMI e gli europei sono state appianate e in futuro ci saranno altre trattative serrate. Ma la cosa fondamentale è che esse si terranno più avanti, ovvero dopo l’esito e le conseguenze imprevedibili del referendum britannico del 23 giugno. Una nuova crisi greca quest’estate, che rischiava di essere amplificata dalla forte esposizione del Paese ai recenti flussi migratori, avrebbe complicato il coordinamento dei governi della zona Euro e delle istituzioni della zona Euro nel caso di una vittoria della Brexit. Tanto più che anche la Spagna nello stesso periodo potrebbe trovarsi di nuovo al centro di tensioni politiche; il 26 giugno si terranno le elezioni e non è detto che dalle urne uscirà una nuova maggioranza di governo. Inoltre, la decisione di rimandare gli accordi sul debito della Grecia a dopo la metà del 2018 (anche se i particolari, in teoria, verranno precisati alla fine del 2016) è un’altra mossa strategica per tenere questo tema il più possibile fuori dalla campagna elettorale tedesca che si terrà nel terzo trimestre del 2017.

… crisi che probabilmente non si verificherà nemmeno nei prossimi due-tre anni

Inoltre, è poco probabile che la Grecia riaccenda al di là delle prossime scadenze le medesime tensioni che l’hanno vista protagonista nel 2015. Va infatti ricordato che per via della sua particolare struttura, il debito greco – contrat-to per i due terzi nei confronti degli altri governi europei e soggetto a interessi bassissimi e con scadenze molto lunghe – in realtà esercita vincoli alla liquidità molto più bassi rispetto a quanto si potrebbe supporre vedendo il suo peso rispetto al PIL (circa il 180%), un criterio che persino il FMI ha accettato di far passare in secondo piano nei negoziati a favore dei requisiti di finanziamento. Nei prossimi anni, gli importi del debito da rimborsare potranno essere facilmente coperti con l’aiuto europeo a patto che gli europei conti-nuino a giudicare l’attitudine politica della Grecia sufficientemente conciliante. I greci, nel frattempo, hanno dimostrato nel 2015 che tra i due mali – uscire dalla zon Euro o l’austerità – preferiscono quest’ultima opzione, che gode sempre meno il favore delle istituzioni e dei governi europei. Siamo quindi convinti che si troverà un compromesso.

Oggi il rischio primario di disintegrazione delle istituzioni europee non giunge più tanto dai paesi della periferia meridionale dell’Unione, quanto dalla Brexit, e, più in generale, dal tema dell’Europa “à la carte,” che le trattative con il Regno Unito hanno riportato in auge.

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